di
Lorenzo Cremonesi

Con i comandanti tra kalashnikov e catapecchie di fango: «L’offensiva di terra contro il regime di Teheran? Per ora aspettiamo»

CAMPO ZIRGWEZALA (KURDISTAN IRACHENO) – Arrivando al loro campo, abbarbicato sulle pendici scoscese di alte colline punteggiate da alberelli scarni, viene alla mente l’antico detto per cui «gli unici amici dei curdi sono le montagne». Catapecchie basse in fango e cemento grezzo sono state costruite nei decenni su erbosi terrazzamenti contadini che guardano verso le periferie orientali di Solimanye. 

«Ci stiamo preparando ad attaccare in Iran, passeremo dalle montagne», dicono convinti, ma per il momento stanno ancora spartendosi le scarpe da tennis made in China e le calze calde spedite da qualche donatore. Il confine iraniano sta dietro le creste verso oriente. Non si vedono armi, se non gli immancabili kalashnikov dell’era sovietica appoggiati ai muri. Non ci sono droni, né alcun tipo di contraerea. Loro indicano i crateri generati dalle esplosioni dei due missili sparati cinque giorni fa dagli iraniani e gli alberi recisi dai droni kamikaze a poche decine di metri dalla guardiola minuscola che immette al campo. L’area è stata colpita di nuovo ieri in tarda serata poco dopo la nostra visita, senza vittime. 



















































«Prima stavamo tutti concentrati, ma ormai l’unico modo per evitare di essere colpiti è stare sparpagliati in piccoli gruppi distanti gli uni dagli altri. Gli iraniani fanno volare alti nel cielo i droni d’osservazione, bombardano quando ci riuniamo», dice la sentinella.

All’interno i soldati accovacciati su materassi e coperte alimentano con la legna i falò per cuocere la cena, dalle pareti pendono bandoliere di cuoio nero come se ne vedevano a bizzeffe durante la guerra contro l’esercito di Saddam Hussein nei primi anni Novanta. Una cinquantina di chilometri più a sud c’è Halabja, la cittadina dove il 16 marzo 1988 morirono forse sino a 5 mila persone colpite dalle bombe chimiche irachene.

Ad accoglierci c’è il 57enne Ibrahim Konapushi, che già nel 1985 decise di scappare dalla sua casa natale a Marivan, nel cuore delle province curde iraniane, per unirsi alla resistenza armata. «A Teheran i giudici degli ayatollah mi considerano un terrorista, ma io lotto per un Paese laico, democratico, che garantisca il federalismo regionale alla minoranza curda», spiega. È tra i 29 leader politici e militari che dirigono Komala: in curdo significa «gruppo», una delle formazioni storiche della resistenza armata curda-iraniana forte di 1.000-2.000 guerriglieri attivi e ispirata ai principi delle socialdemocrazie europee

«Il 95 per cento delle nostre forze opera clandestinamente in Iran. Compiono operazioni di boicottaggio, preparano attacchi più importanti, tengono sotto pressione la teocrazia sciita e mantengono alte le speranze dei curdi», aggiunge.

Le prime domande che gli facciamo accovacciati nella sua stanza di comando sono d’obbligo: valutate che il regime stia per cadere, avete ricevuto armi da americani e israeliani, quando accadrà? «Siamo sempre pronti ad attaccare e certo oggi i massicci raid israelo-americani potrebbero darci un forte aiuto, sappiamo che le forze armate iraniane sono vicine al collasso, hanno perso la catena di comando»: la premessa sembra far presagire un attacco imminente. Ma subito dopo i toni si fanno più cauti. 

«Vorrei aggiungere però che l’ordine di passare all’offensiva non è ancora stato impartito. Dobbiamo muoverci con attenzione, non vogliamo inutili bagni di sangue, per ora restiamo in attesa. Anche perché noi non abbiamo ricevuto alcuna forma di aiuto da americani o israeliani negli ultimi giorni».

Parole più aggressive pronuncia, ad Al Jazeera, Baba Sheikh Hussein, segretario generale dell’organizzazione dei nazionalisti curdi iraniani Khabat, il quale considera «altamente probabile» un’operazione militare di terra, che però — precisa — «resta ancora in fase di valutazione con gli alleati americani».

Dietro le quinte giocano diverse varianti, tutte condizionate da radici profonde e tragiche divisioni interne, che sono endemiche all’universo curdo. In primo luogo, i curdi iracheni sono per lo più contrari a qualsiasi interferenza negli affari iraniani. A Erbil i dirigenti del governo Barzani hanno guardato con orrore al recente abbandono americano dei curdi siriani, dopo che per oltre un decennio erano stati sacrificati in prima linea nella guerra contro Isis. In precedenza era successo con gli inglesi dopo la Prima guerra mondiale, poi durante il braccio di ferro contro Saddam Hussein. 

Si aggiunge il fatto ben noto per cui i curdi sono squassati da storiche lotte tribali, che inasprite dalle pressioni tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, hanno sempre impedito una coerente politica comune. Le esplosioni ieri in serata a Erbil (come del resto anche a Baghdad) sono tornate ad alimentare il diffuso timore di essere nuovamente abbandonati una volta non fossero più utili.

Ma tra i bivacchi dei combattenti di Komala non è difficile raccogliere voci di militanti decisi a cogliere le opportunità offerte dai bombardamenti sull’Iran. «Sono estremamente grata a americani e israeliani per i loro raid. Sappiamo bene che il regime teocratico oscurantista è a pezzi. Le loro difese aeree sono azzerate. Per noi è giunto il tempo di combattere subito e con forza», afferma la 22enne Sarina Shubtashani, una ex studentessa universitaria di Khermanshah che era scesa in piazza a manifestare per la morte della 22enne Mahsa Amini, uccisa nel 2022 perché portava male il velo. 

«Mahsa si chiamava Jina ed era curda — dice —. Quando sono stata arrestata mi hanno detto che avrei fatto la sua fine. Da allora ho deciso che dobbiamo combattere, perché l’Iran diventi un Paese libero».

8 marzo 2026 ( modifica il 8 marzo 2026 | 08:10)