di
Vera Martinella
Il medico: «È importante creare Pancreas Unit come già esistono per il tumore al seno»
Stefano Crippa, professore associato di Chirurgia all’Università Vita Salute, dirigente medico presso l’Unità Operativa di Chirurgia del Pancreas dell’IRCCS Ospedale San Raffaele diretta da Massimo Falconi, è il chirurgo che il 29 gennaio ha operato Carlo Vanzini.
Cosa c’è di particolare nella vicenda del telecronista di Sky?
«Il suo è stato un percorso “speciale” dal punto di vista chirurgico, ma non solo. Abbiamo rimosso tutte le parti interessate dal tumore: il corpo e la coda del pancreas, la milza e, cosa molto più rara, il tripode celiaco, una grossa arteria che vascolarizza gli organi vicini, sfruttando “strade alternative” per far arrivare il sangue dall’aorta addominale a stomaco e fegato».
Non una cosa semplice…
«Per nulla. Del resto negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato, numeri alla mano, che servono centri specializzati nella cura del tumore del pancreas e che è fondamentale rivolgersi a ospedali di grande esperienza, soprattutto per quanto riguarda la chirurgia che è particolarmente complessa, ma anche per sorvegliare le persone più a rischio d’ammalarsi (per esempio per specifiche mutazioni genetiche, come i geni BRCA)».
Da tempo specialisti e associazioni dei pazienti chiedono la creazione di Pancreas Unit (sull’esempio delle Breast Unit certificate per il cancro al seno), a cui affidare tutto il percorso per la diagnosi e il trattamento del cancro al pancreas.
«Esattamente. Gli studi, le statistiche, non lasciano dubbio: nei centri di esperienza si muore di meno. Finalmente a febbraio 2025 il ministro della Salute ha firmato e approvato il documento finale della Cabina di Regia per la creazione di una rete di centri specializzati, le Pancreas Unit, appunto, con l’obiettivo di garantire le cure più efficaci ai malati. In Lombardia siamo già partiti: il sistema sanitario rimborsa l’operazione solo se avviene in quegli ospedali che soddisfano i criteri necessari».
Quali sono gli altri vantaggi di un centro di riferimento?
«La presa in carico a 360 gradi del paziente. Ricevere una diagnosi rapida e precisa grazie a radiologia e endoscopia è fondamentale per iniziare il percorso di cura corretto. Altrettanto importante è il supporto psicologico, fisioterapico e nutrizionale durante la chemioterapia, prima e dopo l’intervento chirurgico. Per tornare a una qualità di vita “normale” i pazienti vanno seguiti costantemente dopo l’intervento e lo facciamo grazie a una infermiera dedicata (navigator nurse)».
Torniamo a Vanzini: cos’altro c’è di peculiare nel suo percorso?
«E’ stato curato con un protocollo “nuovo” e tutto italiano, messo a punto all’ospedale San Raffaele. Ne andiamo molto fieri. Si tratta dello studio CASSANDRA, pubblicato a dicembre 2025 sulla rivista scientifica Lancet, coordinato da Michele Reni, primario dell’Oncologia del San Raffaele e totalmente finanziato da associazioni di pazienti».
In pratica, cosa c’è di nuovo?
«Lo studio è nato per capire con quale tipo di chemioterapia si potessero ottenere i risultati migliori pazienti con un adenocarcinoma del pancreas in stadio avanzato. Ha dimostrato che lo schema PAXG (una combinazione di farmaci chemioterapici autorizzata dall’Agenzia Italiana del Farmaco nel gennaio 2020 per il trattamento del tumore del pancreas in fase avanzata) può essere considerato come riferimento per la chemioterapia preoperatoria anche nei pazienti con tumore operabile».
Quella prescritta a Carlo Vanzini.
«Sì, lo schema PAXG è oggi il nostro standard di cura per tutti i pazienti con tumore del pancreas. Vanzini, dopo 12 cicli di PAXG, ha risposto particolarmente bene: il suo tumore, che era inoperabile al momento della diagnosi, è regredito. E abbiamo poi potuto asportarlo in modo completo. La storia del giornalista rappresenta ciò che vediamo in sempre più casi».
Si può parlare di guarigione per Vanzini?
«Oggi le terapie sono finite e inizia il periodo del follow up, dei controlli, che dureranno per almeno cinque anni. Se tutto va bene Carlo potrà dirsi guarito. Un successo grande della medicina, perché fino a pochi anni fa per i pazienti inoperabili non avevamo grandi speranze da offrire. E’ merito della ricerca e dell’esperienza: perché abbiamo capito che servono ospedali con equipe specializzate (non solo i chirurghi) per dare le cure migliori possibili».
Hai un dubbio o un quesito medico?
I nostri medici e specialisti rispondo ai tuoi quesiti su temi sanitari
8 marzo 2026 ( modifica il 8 marzo 2026 | 07:30)
© RIPRODUZIONE RISERVATA