di
Guido Olimpio

I nuovi obiettivi del conflitto hanno conseguenze potenzialmente disastrose per le popolazioni. Mentre si ipotizzano anche azioni militari via terra

La guerra nel Golfo rischia di imitare quella in Ucraina: ora al centro degli attacchi ci sono le infrastrutture dei rispettivi schieramenti, con conseguenze potenzialmente disastrose anche per i civili.

L’offensiva

Israele ha bombardato depositi di carburante a Teheran, colpo che può incidere sulla vita quotidiana della città e sui movimenti del grande apparato statale. Come ha osservato un esperto hanno scelto la capitale proprio per innescare ripercussioni ben visibili. Il che non esclude un’estensione nelle prossime ora del banco bersagli. Le autorità hanno affermato di avere la situazione sotto controllo e di possedere scorte, forse si vedranno gli effetti reali nelle prossime ore.



















































Sempre l’Idf ha promesso di aumentare la pressione su dirigenti, ufficiali e dispositivi militari. Oltre ovviamente alle batterie di missili, ai lanciatori, alle fabbriche belliche.

Nei giorni scorsi i pasdaran hanno centrato con droni e vettori terra-terra i siti petroliferi e del gas nelle monarchie sunnite sull’altra sponda del Golfo. Arabia Saudita, Qatar, Emirati e Oman hanno confermato danni consistenti, con pause nelle normali attività.

Ancora più serio quanto avvenuto nelle ultime ore. I guardiani della rivoluzione sono riusciti a bucare le difese e a «raggiungere» un impianto per la desalinizzazione dell’acqua in Bahrein, uno vicini più esposti alla ritorsione. Il raid è stato presentato come la rappresaglia ad un’incursione attribuita agli americani contro un obiettivo simile in territorio iraniano. Gli Emirati – secondo media israeliani – avrebbero replicato lanciando missili su un impianto della Repubblica islamica. Abu Dhabi, però, ha negato esprimendo in apparenza risentimento per le notizie messe in circolo da Tel Aviv ma ribadendo di riservarsi il diritto a difendersi.

Innescare «la campagna dell’acqua» vuol dire superare un’altra linea rossa: sono guai seri per gli emiri e la loro popolazione ma anche per l’Iran che, in un recente passato, ha dovuto affrontare un’emergenza idrica piuttosto seria.

Il passo successivo potrebbe essere intaccare la rete elettrica, come avvenuto nel dramma ucraino. Armi a basso costo incidono in modo profondo.

I commandos

La rete Nbc ed Axios rilanciano ipotesi di azioni terrestri. Vengono indicati due scenari. Il primo ipotizza una missione di forze speciali per assumere il controllo dei centri nucleari iraniani e di alcune centinaia di chilogrammi di uranio arricchito. 

Sempre che si sappia con certezza dove si trovi. Forse è sotterrato in uno dei bunker che hanno subito gli strike a giugno oppure lo hanno portato via e messo in sicurezza. 

Ma una volta scovato devi essere in grado di tirarlo fuori e «gestirlo». Il secondo riguarda l’isola di Kharg, snodo fondamentale per l’export di greggio della Repubblica islamica: una sua eventuale occupazione priverebbe gli ayatollah di una fonte importante. 

Insieme a queste indiscrezioni se ne è aggiunta un’altra su un’unità di paracadutisti statunitense che doveva partecipare ad una esercitazione ma che sarebbe stata mobilitata per nuovi impegni.

I messaggi

Donald Trump, sul tema truppe, è stato al solito vago, ha fatto qualche allusione delle sue mentre i portavoce se la sono cavata con dichiarazioni formali: il presidente valuta tutte le opzioni. In questi casi è sempre difficile decifrare le parole, magari è un «pensiero» sul futuro, nel caso si producano certe condizioni. Inoltre, ci sono mosse destinate a nascondere i piani. Cortine fumogene, depistaggi, diversivi presenti in qualsiasi conflitto.

Washington ha tutto l’interesse ad accentuare la pressione, a fornire false indicazioni. In questa cornice possono rientrare le voci su un coinvolgimento dei curdi, peraltro molto prudenti. Anche se The Donald in persona ha negato di volerli spingere all’attacco. Sempre gli osservatori, oltre a mettere in guardia sull’uso delle minoranze, suggeriscono che la carta curda o dei baluchi sia solo un modo per distogliere l’attenzione da altro. Teheran, da parte sua, ha ammonito l’avversario con un «siamo pronti» ritenendo di poter affrontare la sfida in un’arena che conosce alla perfezione.

Lasciando da parte le schermaglie si possono indicare alcuni punti. 1) Invio di truppe presenta incognite enormi e possibilità di perdite. I precedenti non sono incoraggianti: su tutti il fallito tentativo di liberare gli ostaggi Usa all’epoca di Jimmy Carter. Lo stesso presidente accantonò, su consiglio del Pentagono, un piano per prendere Kharg. 2) L’elettorato MAGA è contrario ad avventure che comportino missioni di lungo termine e diventino una «palude». 3) Naturalmente ciò non esclude che dietro le linee stiano già operando piccoli nuclei: cosa ben diversa da operazioni articolate. 4) Purtroppo, questa crisi ha già dimostrato che molte delle previsioni negative si sono avverate mentre i belligeranti non hanno dimostrato di porsi dei limiti.

8 marzo 2026 ( modifica il 8 marzo 2026 | 15:54)