di
Luca Castelli

Alison Ellwood racconta il suo film, proiettato al festival Seeyousound: «Il cantante e leader della band arrivò al successo a 20 anni. Molti sono finiti male: lo hanno salvato l’umorismo e l’intelligenza»

Un alieno. O un’aliena. O forse entrambi. È così che Boy George irruppe sulla scena musicale. «Io non so nemmeno come classificarlo: l’hanno votato sia miglior cantante uomo che miglior cantante donna», lo presentò un disorientato Mike Bongiorno alla sua prima apparizione tv in Italia a «Superflash» nel 1983. Alla guida dei Culture Club, Boy George conquistò il pubblico con i suoi stravaganti cappelli, il make up, l’anticonformismo, ma anche grazie a una voce unica e alla carica contagiosa di perle pop che ancora oggi trasudano anni Ottanta da ogni nota, come «Do You Really Want To Hurt Me» e «Karma Chameleon». Nell’attesa del ritorno live in Italia (il 9 luglio a Segrate), la band e il suo carismatico leader trovano adesso un meritato tributo al cinema nel documentario Boy George & Culture Club, che sarà proiettato oggi pomeriggio al festival Seeyousound (Massimo, Sala 1, ore 15.15, 9,50 euro).

«Ho incontrato George durante la lavorazione di Let the Canary Sing, il film su Cindy Lauper che due anni fa presentai proprio a Seeyousound», racconta la regista australiana Alison Ellwood. «E ho subito pensato: nessuno ha mai fatto un film sui Culture Club, la loro musica è grandiosa, la storia pure, bisogna provare». Ed è riuscita a radunare i quattro membri storici del gruppo: oltre a Boy George, anche Roy Hay, Mikey Craig e Jon Moss

È stato complicato?

«Meno di quanto pensassi. All’inizio c’è stata un po’ di reticenza, anche perché tra alcuni di loro non corre buon sangue, una tensione che spero il film aiuti ad alleviare. Il primo che abbiamo intervistato è stato George, anche Mikey e Roy hanno accettato subito, mentre Jon è stato l’ultimo a dire sì. Se avessi dovuto raccontare questa storia senza uno solo di loro, non sarebbe stata completa».



















































Nel film si toccano anche aspetti intimi e delicati, come la relazione sentimentale che ci fu tra Boy George e Jon Moss. Ne hanno parlato volentieri o ha dovuto forzarli?
«Non ho avuto problemi e per questo li stimo molto. La mia più grande preoccupazione era che tentassero di aggirare l’argomento, invece sono andati entrambi dritti al punto. È venuta fuori quella che è stata una meravigliosa storia d’amore: tormentata, dolorosa, ma bellissima. L’anima della musica dei Culture Club nasce da lì. Anche Roy e Mikey sono consapevoli di quanto l’impulso a George di scrivere le canzoni venisse proprio dalla relazione con Jon e i loro interventi aggiungono livelli di profondità. Si è creato un bel rapporto di fiducia reciproca, che è sempre importante nei miei film: non voglio fare agiografie ma nemmeno limitarmi a dettagli piccanti, cerco sempre gli elementi di una storia che rendono unico un artista o una band».

Cosa rende unici i Culture Club?
«Quello che ho voluto mostrare è la loro capacità di scrivere tante belle canzoni. Tutti conoscono Do You Really Want To Hurt Me e Karma Chameleon, ma ci sono altri brani meravigliosi come Church of the Poisoned Mind, che apre il film ed è il mio preferito, e Black Money. Mi sarebbe piaciuto tornare a Torino per incontrare il pubblico, due anni fa ho scoperto una città e un festival fantastici e mi sono davvero divertita. Purtroppo ho un piede rotto e viaggiare con le stampelle non è il massimo».

Come ha trovato oggi Boy George?
«Maturo. Diventare famoso poco più che ventenne negli anni Ottanta non è stato facile. Molte persone che sono passate attraverso qualcosa di simile hanno finito per soccombere a quel successo. Oggi George è cresciuto e confida molto sulla sua intelligenza e senso dell’umorismo per mettere in prospettiva tutto ciò che ha vissuto. Sotto certi punti di vista, tutti i membri della band sono usciti in qualche modo anche danneggiati dai Culture Club, ma sono riusciti a gestirne gli effetti».


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7 marzo 2026 ( modifica il 8 marzo 2026 | 08:49)