Quindici anni di lavoro, investimenti e miliardi di dollari spesi che potrebbero essere cancellati in queste settimane di guerra. C’è un’altra vittima del conflitto fra Iran da una parte e Usa e Israele dall’altra, anche se, dal punto di vista umanitario, non è certo la più importante: il ‘Sistema Golfo’. Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita, Oman. Paesi ricchi, ricchissimi, che hanno operato un drastico cambio della loro immagine, anche se, all’atto pratico per i diritti umani non è cambiato nulla. Hanno abbandonato quella di territori dediti solo all’estrazione di petrolio, diventando hub globali del lusso, della finanza e del turismo. Dubai, Abu Dhabi, Doha o Riyadh hanno investito centinaia di miliardi di dollari per diventare città-vetrina del mondo globalizzato, mete sicure per turisti benestanti, investitori e residenti internazionali.
Approfondisci:
Il fumo che si alza dall’aeroporto di Dubai (Ansa, frame da un video)
La ricchezza e la stabilità che garantiscono i regimi autocratici li ha portati a essere interlocutori privilegiati di tutti. Da lì a diventare sedi delle grandi mediazioni internazionali ci è voluto davvero poco. Sembrava fossero intoccabili. I flussi turistici, finanziari e di migrazione di lusso non si sono fermati nemmeno davanti al fatto che proprio nella penisola del Golfo, ossia nello Yemen, si combatte da anni una delle guerre più ignorate e sanguinose.
Approfondisci:
Eppure, quel sistema che sembrava infallibile rischia di naufragare grazie a Washington, il Paese amico verso il quale le monarchie della regione hanno inviato investimenti per centinaia di miliardi di dollari. Gli stessi che adesso potrebbero ritirare, più per necessità che per scelta. Le ritorsioni iraniane contro i Paesi del Golfo, rei di ospitare basi militari americane o di sostenere l’offensiva contro Teheran, stanno colpendo non solo obiettivi militari ma anche infrastrutture civili, aeroporti e centri urbani, mettendo sotto pressione la connettività economica della regione.
È un colpo diretto al cuore della strategia economica del Golfo. Negli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, il turismo rappresenta ormai circa il 13% del PIL e costituisce uno dei pilastri della diversificazione economica pensata per ridurre la dipendenza dal petrolio. Ma il settore è estremamente sensibile alla percezione di rischio: bastano pochi giorni di tensione militare per provocare cancellazioni di viaggi, sospensioni dei voli e fuga degli investitori. Dopo tutto, nonostante la patina glitterata e l’immensa ricchezza siamo pur sempre in una delle zone più pericolose e instabili del mondo. E la sicurezza si può comprare solo fino a un certo punto.
Il turismo rappresenta ormai circa il 13% del PIL e costituisce uno dei pilastri della diversificazione economica
L’escalation militare ha già prodotto effetti concreti. Migliaia di voli sono stati cancellati o deviati e diversi governi hanno emesso avvisi che sconsigliano i viaggi nella regione. Le stime indicano che il conflitto potrebbe far diminuire i visitatori internazionali in Medio Oriente fino al 27% nel 2026, con perdite economiche potenzialmente superiori ai 30-50 miliardi di dollari. C’è poi un problema ancora più grosso sul lungo termine ed è quello dell’immagine.
Il conflitto potrebbe far diminuire i visitatori internazionali in Medio Oriente fino al 27% nel 2026
Le città del Golfo hanno costruito il proprio successo sulla promessa di stabilità, sicurezza e lusso in una regione turbolenta: grattacieli futuristici, resort da mille e una notte e grandi eventi internazionali dove il mondo degli affari e del turismo viveva come in un mondo a parte. Gli attacchi con droni e missili contro aeroporti, hotel e infrastrutture simbolo di questa modernizzazione hanno interrotto bruscamente questa narrazione.
Approfondisci:
Quello che doveva essere il suo punto di forza rischia di trasformarsi in un tallone d’Achille. In una guerra regionale, colpire le capitali del turismo del lusso significa aumentare immediatamente i costi economici e politici del conflitto e mettere Riyad, Abu Dhabi, Doha e Muscat nella condizione di dover affrontare una sfida doppia. Da un lato devono evitare di essere trascinate direttamente nello scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele, dall’altro devono difendere l’immagine di stabilità che ha reso possibile la loro trasformazione economica. Se la guerra dovesse prolungarsi, il rischio è che il Golfo si trasformi da paradiso per ricchi a paradiso perduto.



