Nei container del migliaio di navi bloccate nei e davanti ai porti di Dubai, Doha e Jubail sono presenti anche covoni di erba medica provenienti dall’Italia. Da anni Emirati Arabi, Qatar o Arabia Saudita comprano tonnellate del nostro foraggio nel tentativo di impiantare allevamenti bovini – qui l’acqua è poca e i terreni sono desertici – per garantirsi una produzione autonoma di carne e latte. E tanto basta per capire perché, per questi Paesi, è cruciale il made in Italy: i beni e i servizi comprati dalle nostre aziende – è di 21 miliardi il valore soltanto nei Paesi più interessati dal conflitto – sono una leva tecnologica fondamentale nel processo di diversificare le proprie economie, “affrancarle” dalla dipendenza del petrolio.

Infatti, con la stessa logica insita nelle importazioni di erba medica, arrivano dall’Italia dissalatori o pompe per estrarre l’acqua, turbine e valvole per la raffinazione del crude, compressori per impianti solari e termodinamici, macchine imballatrici per gli alimenti, fresatrici per il marmo, software per la cybersicurezza, legno, metalli, plastiche, piastrelle o solventi chimici. Merci prodotte da grandi come piccole imprese, per certi aspetti più strategiche per i destinatari rispetto alle auto di lusso, agli abiti, agli accessori o ai gioielli e le pietre preziose, tanto amati da chi vive ad Abu Dhabi, a Manama o a Riad. Sono flussi che si vogliono mantenere, ma che sono destinati a rallentarsi con gli Stati Uniti e Israele che stanno bombardando l’Iran e con Teheran che, a sua volta, punta a estendere il conflitto all’intero Golfo.

Nel Medioriente, considerando anche Israele e Libano, l’Italia ha esportato lo scorso anno beni per oltre 28 miliardi. Stando a una rilevazione della Sace su dati Istat, nei Paesi più interessati dalla guerra scoppiata una settimana fa – quelli del Golfo Persico – il totale viaggia verso i 21 miliardi, anche considerando il mezzo miliardo di beni inviati in Iran, nonostante i freni messi dalle sanzioni occidentali al Paese. Quindi il doppio rispetto alle importazioni, che lo scorso anno hanno toccato i 9 miliardi, grazie al calo delle quotazioni di petrolio e gas naturale. Come detto, la meccanica strumentale resta la regina dell’export (circa il 30 per cento del totale). Seguono in questa classifica beni di consumo personali (gioielleria e valigeria all’11 per cento), mezzi di trasporto (11), chimica e farmaceutica (11), abbigliamento (7), agroalimenta e arredamento (entrambi al 4).

Sbocchi alternativi

Entrando più nello specifico, il mercato degli Emirati Arabi Uniti vale per noi più di 9 miliardi, quello dell’Arabia Saudita oltre 6, il Kuwait sfiora i due miliardi, raggiunti invece in Qatar, mentre l’Iraq si attesta a un miliardo. Sono in crescita poi gli affari con il Bahrein (quasi 300 milioni) e l’Oman (oltre 400 milioni). Più in generale le esportazioni delle nostre aziende sono cresciute dell’8 per cento, nonostante le difficoltà subite dalle navi cargo con gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso. E non è un caso che questo quadrante – proprio per l’alto valore dei prodotti che vendiamo – sia centrale nel piano della Farnesina per trovare sbocchi alternativi dopo le restrizioni americane con i dazi o le chiusure cinesi per incentivare il proprio mercato interno. Proprio il ministero degli Esteri sta ultimando in queste ore una serie di interventi per difendere questo export pregiato tra servizi di advisory e coperture assicurative più profilate sul rischio guerra.

Alla Camera di Commercio di Dubai sono iscritte circa 3mila aziende italiane, la metà di quelle che esportano nell’emirato. Non a caso qui viene spedito il 46 per cento dell’export totale nell’area, per un valore di 9,5 miliardi e aumentato del 19,7 per cento rispetto al 2024. Stando alle rilevazioni della Sace, il primo settore per volumi di vendite è la gioielleria con una quota del 28 per cento e una crescita del 35,5 nei primi undici mesi dell’anno scorso. Anche perché Dubai è uno degli hub mondiali del settore. Seguono la meccanica strumentale (pari al 20 per cento e salita del 26,6), la moda (quota è del 10 per cento e +8,8 la crescita), la chimica (il 9 per cento del totale, con un picco del +35,4). Aumenta, poi, la richiesta di arredamento sulla spinta degli hotel di lusso, i macchinari per le costruzioni, la pasta e il caffè.

Il ponte

Dubai, in questi anni, è stato anche un ponte per sbarcare nel ricchissimo e vicino mercato saudita, che con la strategia Vision 2030 necessità di beni e servizi. Non a caso sono almeno 4mila le aziende che hanno rapporti di business consolidati con il Regno. Che è il nostro 19mo Paese di destinazione dell’export italiano, con un valore di 6,3 miliardi (+1,5 per cento rispetto al 2024). Forte è ancora la vendita di beni strumentali, con una quota del 35 per cento, anche se in calo del 3 per cento a livello annuale. Molto richiesti anche i prodotti chimici (17 per cento del totale e in crescita del 42 per cento), a riprova di un interesse di natura industriale del Paese verso il made in Italy. Lo dimostra anche la tendenza a comprare da noi molecole farmaceutiche di base e dispositivi medici, lavorati in ghisa, ferro e acciaio per le infrastrutture, soluzioni di intelligenza artificiale e robotica per accelerare i processi produttivi. Per esempio, sono italiani i sistemi Ict che gestiscono pezzi importanti del trasporto su ferro a Riad.

Negli 1,9 miliardi di merci vendute in Kuwait ci sono per la metà mezzi di trasporto (+144 per cento), poco meno di un decimo sono macchinari (+23) e metalli (+49), mentre è pari al 6 per cento la quota della chimica, che ha visto per il suo fatturato salire del 30 per cento. In Qatar – qui il nostro export raggiunge i due miliarditorna regina la meccanica strumentale (il 43 per cento del totale, con un aumento di vendite del 25 per cento), ma è forte anche la richiesta di beni di lusso come valigeria, pelletteria e gioielli. Anche l’Oman – che vale per il Made in Italy 477 milioni – compra per lo più meccanica strumentale (+5,3 per cento).

Numeri più bassi li registra il Bahrein, dove l’Italia vende per beni per 289 milioni (+3,8 per cento). Ma sulla spinta di un’importante manifattura – è sempre più rilevante a livello mondiale il peso della sua industria siderurgica – il Paese ha fortissime potenzialità. Da noi comprano meccanica strumentale (il 20 per cento del totale e in crescita del 12,3 per cento), prodotti chimici (la quota è del 17 per cento con un aumento del 43 per cento), beni di consumo (+25,7) tra gioielli, ceramiche e mattonelle, valigie e pelletteria o mezzi di trasporto (+6 per cento). L’Iraq, invece, apprezza del Made in Italy soluzioni e materiali per le costruzioni e le infrastrutture, prodotti farmaceutici e alimentari, necessari per concludere una ricostruzione post bellica non ancora terminata.


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