di
Andrea Nicastro

Usa e Israele hanno aumentato i raid concentrandosi su infrastrutture produttive. Gli iraniani bersagliano i Paesi del Golfo. Meno missili, più droni

DAL NOSTRO INVIATO 
GERUSALEMME – Già nove giorni sono passati dalle prime bombe di Israele e Stati Uniti sull’Iran. Attacco preventivo per impedire agli ayatollah molte cose. Il presidente americano Donald Trump ha dato una motivazione diversa quasi ogni giorno. Promuovere la democrazia e il cambio di regime. Impedire alla Repubblica islamica di attaccare Israele, riprendere la via atomica o costruire missili capaci di colpire l’America. Un attacco, quello americano, senza alcuna dichiarazione di guerra e senza un obiettivo chiaro. Per questo, capire se gli Usa stiano vincendo, è complicato. In compenso è più facile dire chi stia perdendo, l’Iran, e chi vincendo, Israele.

Guerra in Iran, gli aggiornamenti in diretta



















































Le vittorie di Netanyahu 

Almeno dal 1992, il premier israeliano Netanyahu lancia allarmi contro l’Iran «maledizione della regione», il «pericolo nucleare», il «vertice dell’asse del male». Ogni leader sciita ucciso, ogni base militare e ogni infrastruttura capace di alimentare le ambizioni della Repubblica Islamica distrutte sono altrettante vittorie per lui.

I colpi per gli ayatollah

La teocrazia sta invece incassando colpi su colpi. Fosse un incontro di pugilato, starebbe perdendo ai punti. Ma è una guerra. All’Iran basta restare in piedi per considerarsi vincitore. Basta che non ci siano rivolte interne o secessioni di minoranze. Le distruzioni materiali porteranno il Paese indietro di anni, ma se la nomenclatura del regime terrà il comando, sarà un problema dei cittadini e non dei vertici. 

La tattica

È leggermente cambiata dal 28 febbraio, giorno 1 dell’aggressione. In principio l’aviazione israelo-americana con il supporto di missili e droni ha dato priorità a omicidi mirati e alla distruzione di difese aeree e lanciamissili. Una volta conquistato il dominio dei cieli, sta passando in questo fine settimana a colpire infrastrutture economiche. Sbaglia chi parla di «bombardamenti a tappeto». 

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Gli obbiettivi, anche per non sprecare munizioni, sono mirati. Ci sono errori (come le 165 bambine uccise a scuola), ma, cinicamente, manca la convenienza a colpire quei civili da cui si aspetta l’insurrezione. Cominciano ad arrivare indizi di incursioni di forze speciali in territorio iraniano e di missioni per recuperare piloti abbattuti. Trump ha sempre amato le forze speciali.

Quattro direzioni

L’Iran ha reagito in quattro direzioni: colpendo Israele, le basi Usa nella regione, il flusso energetico globale e, infine, mobilitando la milizia alleata del Libano. Ieri pareva che lo Stretto di Hormuz potesse essere riaperto. Da verificare.

I cieli del Libano

In Libano Israele è all’attacco da solo senza gli Usa. Ha il controllo della quarta dimensione (il cielo) e pianifica 300 incursioni al giorno. Gli omicidi mirati con droni israeliani proseguono anche negli hotel di Beirut pieni di profughi. Hezbollah reagisce con pochi lanci sempre intercettati, ma rende difficile l’invasione via terra. Qualche incursione di paracadutisti o con tank è stata sventata.
I numeri

I numeri

Il fronte sotto attacco sta subendo le perdite maggiori. Basti pensare alla Guida suprema Ali Khamenei e ad almeno 200 tra generali, politici e chierici uccisi o alle 42 navi affondate a fronte di 7 soldati americani uccisi. I numeri dei rispettivi governi parlano di circa 1.400 morti in Iran (di cui 400 bambini), 400 in Libano (di cui 150 bambini e, secondo Israele, 200 miliziani), 11 civili israeliani (3 bambini) in Israele, 2 soldati israeliani in Libano, 7 militari Usa nel Golfo, 21 nei Paesi petroliferi, 4 in Siria, uno in Giordania. Si tratta però di dati viziati dalle censure nazionali.

Gli attacchi nel Golfo

Trecentomila gli sfollati da Teheran, 800mila dalle aree libanesi sotto attacco. La media dei raid israelo-americani è salita a quasi 800 al giorno, quella iraniana è scesa dai 7 sciami di droni e missili verso Israele dell’inizio ad appena 3. Tendenza opposta nel Golfo: da 4 ondate di ordigni volanti a 10 ogni 24 ore. Secondo le Guardie della Rivoluzione il 40% dei loro lanci è contro Israele, il resto verso le basi americane. I dati arabi indicano però una scelta politica precisa. Gli Emirati hanno subito quasi 1.300 attacchi, più del doppio di quelli destinati a Israele (600) e al Kuwait (500). Le altre monarchie assieme (Qatar, Arabia Saudita e Bahrein) appena 430. Sta gradualmente cambiando anche l’armamento. L’Iran ora usa più droni, anche 2.000 al giorno. Israele e Usa più bombe e droni. Tutti sparano meno missili.

Allargamento

I media israeliani hanno più volte annunciato l’ingresso nel conflitto di Paesi che ospitano le basi americane bersagliate dall’Iran. Per il momento è solo un desiderio. Le goffe scuse fatte ai vicini arabi dal presidente iraniano testimoniano la sensibilità del tema. I servizi segreti israelo-americani stanno cercando di convincere le milizie curde ad intervenire. Dopo Hezbollah, Teheran vorrebbe coinvolgere anche gli Houthi dello Yemen, ma questi hanno la flotta americana ormeggiata davanti a casa.

L’Europa

Sull’altro fronte, Israele conta sull’aiuto del governo libanese per disarmare Hezbollah, ma ancora Beirut non si muove. L’Europa va in ordine sparso. Francia, Italia e Spagna mandano navi per difendere Cipro. La Turchia spera di mediare. Il Pakistan nucleare osserva. La Russia ha ammesso di sostenere l’Iran, ma non si sa come. Probabile solo con informazioni satellitari.

9 marzo 2026 ( modifica il 9 marzo 2026 | 07:59)