di
Paolo Condò
Il derby riapre lo scudetto, Allegri punisce la prudenza di Chivu: la corsa Champions si infiamma con Roma in difficoltà e il Como di Fabregas sempre più protagonista
Le arti oscure di Max Allegri, portentoso nell’ottenere il più malgrado maneggi il meno, vincono un altro derby e riaprono lo spiraglio scudetto che anche un semplice pareggio avrebbe sigillato a favore dell’Inter. A dieci partite dal traguardo i 7 punti di margine di Chivu restano molti, e un serio discorso scudetto non può discostarsi troppo da un 80-20 a favore dell’Inter, cui restano non più di tre ostacoli medio-alti, tutti nel prossimo mese.
Però il Milan ha vinto con un gol di Estupinan, e diteci se questa non è magia (rosso)nera, ha coronato la rincorsa alla miglior difesa della serie A, specialità della casa livornese, e ha riaffermato il complesso d’inferiorità dell’Inter negli scontri diretti. La partita si è decisa nel minuto intercorso fra l’occasionissima divorata da Mkhitaryan e la botta del terzino ecuadoregno, ma il governo del tempo nel quale Allegri è maestro — quello era il momento giusto per colpire, tanto che nei minuti successivi il Milan anziché ritrarsi ha inseguito il 2-0 perché il ferro caldo andava battuto — è stato favorito dal piano di controllo dello spazio troppo prudente varato da Chivu.
Non c’è dubbio che le assenze di Lautaro, Calhanoglu e per lungo tempo Dumfries abbiano avuto un peso sulle scelte del tecnico (Thuram meno perché Esposito ormai vale il posto da titolare), ma l’idea iniziale di aspettare il Milan per non alimentarne il contropiede negli spazi è stato un pensiero debole. E come tale, Allegri l’ha punito.
Se gli effetti ipotizzabili sulla corsa scudetto sono per ora limitati, non così è per la zona Champions, dove il Milan ha blindato il secondo dei quattro posti disponibili. Il Napoli mantiene un buon margine per agguantare il terzo, mentre la sconfitta della Roma è molto significativa nella corsa al quarto. Il ritmo forsennato della gara di Marassi ha livellato il gap tecnico, e in quella terra di nessuno in cui si corre con la vista annebbiata dalla fatica sono arrivati gli errori che hanno spostato il match verso il Genoa: un rigore ingenuo e un’azione da rimessa laterale.
Nessuna crisi per Gasperini — la squadra è viva e Malen resta un temporale — semmai la conferma che quest’anno le trasferte non sono il suo pane (sesto k.o., tutti con un gol di scarto): un dettaglio sul quale meditare in vista di Como domenica, imprevedibile scontro diretto tra le squadre affiancate al quarto posto.
Il Como è la sensazione di questa stagione per come gioca e perché non trema davanti a obiettivi che sono sì programmati, ma certo non facili. Fabregas non sarà Guardiola ma l’ha frequentato e si vede, perché il suo Como riecheggia il sogno catalano della squadra tutta di centrocampisti, quando proprio lui in assenza di Messi giocava falso 9 e Mascherano faceva il difensore centrale, nella convinzione che la classe trova sempre la soluzione, vedi il gol di Da Cunha a Cagliari.
Non ci sono cagnacci nel Como, se ci è permessa l’affettuosità verso il nobile ruolo del mediano: solo gente che gioca la palla. Dietro a questa coppia in procinto di spareggiare, la Juve è riemersa dagli abissi del meno 7 del penultimo minuto di Roma — una settimana fa — al meno 1 di oggi. Spalletti firma in settimana per un futuro che il presente potrebbe rendere anche più eccitante.
9 marzo 2026
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