di
Valentina Rorato
Amicizia, amore, identità, emozioni, vita digitale. In una lettera gli adulti di domani, la psicopedagogista ricorda ai giovani il valore dell’amicizia. «Una palestra di vita in cui si impara a gestire le delusioni»
Diventare grandi è una fatica necessaria, sebbene spesso mal tollerata dagli adolescenti che, soprattutto tra i 12 e i 16 anni, attraversano una fase di disorientamento, divisi tra un corpo che cambia, le gioie e i dolori dei primi amori e un futuro dai contorni sempre più incerti. Proprio a loro la psicopedagogista e scrittrice Barbara Tamborini dedica il suo ultimo libro:
A voi, ragazzi e ragazze, Lettera agli adulti di domani (DeAgostini).
Il manuale conclude la trilogia di cui fanno parte Ragazzo mio e Ragazza mia, rispondendo ai bisogni più urgenti degli adolescenti contemporanei.
Da cosa nasce l’esigenza di scrivere una lettera agli adulti di domani?
«Lavorando spesso nelle scuole, ho sentito il desiderio di dare continuità al dialogo su alcuni temi cruciali per chi sta crescendo. Percepisco che, nel flusso frenetico della quotidianità, molti argomenti mettono in difficoltà i giovani. Si tratta di sfide contemporanee e urgenti che richiedono un pensiero complesso, poiché vanno ben oltre le normali tappe evolutive».
È una lettera rivolta anche ai genitori?
«Sì, perché il libro si indirizza soprattutto alla fascia 12-16 anni e i genitori in questa fase hanno ancora un ruolo centrale, nonostante si senta spesso ripetere: «non rompere, non ho bisogno di te». In realtà, i ragazzi hanno una profonda necessità di supporto, che dobbiamo dare non con un controllo asfissiante, quanto piuttosto con un’azione di allenamento, di incoraggiamento e si sostegno nell’affrontare situazioni complesse».
È difficile calcolare la giusta distanza tra protezione e libertà, evitando di sentirsi feriti dal loro distacco?
«Sì, perché non siamo più i loro supereroi. Percepiamo chiaramente che il loro cuore batte soprattutto nella relazione con i coetanei. Questo, però, non significa che il legame con noi sia meno importante: anche se non è più così appassionante o capace di dare gratificazioni immediate, resta un luogo fondamentale per la costruzione di sé. Come genitori a volte siamo spaventati dal loro allontanamento, ma è essenziale capire quale posizione occupare. Non dobbiamo cercare a ogni costo di essere desiderati, simpatici o amici. Il nostro compito è saper dire anche le cose scomode e prendere posizioni che, inizialmente, possono scatenare conflitti o rivoluzioni».
Come mai la lettera inizia affrontando il tema dell’amicizia?
«La premessa è che, per scrivere questo libro, ho raccolto oltre 450 lettere di ragazzi e ragazze: il tema dell’amicizia era una costante assoluta. Tra tutte le sfide e le fatiche, l’amicizia è lo spazio in cui si costruiscono le proprie sicurezze e, talvolta, le proprie insicurezze. Ho scelto di partire da qui perché il libro è pensato anche come un supporto per l’educazione civica nelle scuole, disciplina in cui il legame tra pari è molto più rilevante di quanto si possa pensare».
È una palestra in cui impariamo a relazionarci con gli altri?
«Esattamente. L’amicizia è un’esperienza fatta anche di errori e malfunzionamenti. È una palestra di vita in cui si impara a gestire le delusioni. Un amico che parla alle spalle, una promessa infranta o un distacco improvviso: non sono dinamiche da etichettare come patologiche, ma tappe fondamentali della crescita».
Questa generazione è spesso definita fragile. Il valore dell’amicizia è cambiato?
«L’amicizia è ancora un elemento fondamentale. Tuttavia, le ricerche evidenziano come oggi esistano molte più vie di fuga dalle esperienze intime. Spesso i ragazzi fuggono per evitare la fatica che il confronto richiede: risolvere un conflitto, dialogare con chi la pensa diversamente o, semplicemente, guardarsi negli occhi. Sui social, si può non mettere un like o evitare di seguire un contatto, nella realtà non puoi evitare il compagno di banco».
Parliamo quindi di relazioni online?
«Sì, di relazioni online. Tutta una serie di fenomeni come la depressione, l’isolamento sociale, l’abbassamento dell’autostima corporea, il fatto che i ragazzi dormano meno sono tutti elementi che rendono più faticosa la crescita e il digitale oggettivamente, soprattutto quando l’accesso a strumenti personali è precoce, rimane una sorta di altrove che non allena alle sfide che in realtà vanno affrontate».
Nel libro si evidenziano anche i rischi scientifici legati all’abuso di questi dispositivi. I giovani non hanno bisogno solo di regole e divieti, ma anche di capire come la dieta digitale influenza il loro cervello ancora in via di sviluppo?
«È fondamentale fornire strumenti per aumentare la consapevolezza, ma serve anche la guida di educatori autorevoli. L’educazione si costruisce attraverso parole, azioni e regole. Spesso manca coerenza: concediamo ai ragazzi massima libertà online, ma poi siamo terrorizzati all’idea che prendano un mezzo pubblico per spostarsi di pochi chilometri nella vita reale».
Oltre ai device, l’Intelligenza Artificiale rappresenta una nuova sfida?
«L’IA non deve mai diventare una scorciatoia per delegare i processi cognitivi, specialmente durante la formazione. Gli studi sull’apprendimento nella fascia 0-14 anni dimostrano che l’uso massiccio della tecnologia non ha portato i progressi sperati, evidenziando anzi criticità notevoli».
La soluzione è dunque il ritorno all’analogico?
«Molte scuole d’avanguardia, persino nella Silicon Valley, limitano la tecnologia fino ai 14 anni, dando priorità ad attività come il teatro, lo sport».
Il libro si conclude con una riflessione sulla felicità. Come possiamo insegnarla ai nostri figli?
«Più che insegnarla, dobbiamo accompagnarli a riflettere su ciò che nutre davvero la loro felicità. Capire dove direzionare la propria vita è proprio uno sforzo che si fa sempre meno in molti contesti, perché, soprattutto noi adulti, siamo sempre troppo presi dal fare»,
In un’epoca dominata dall’angoscia, come si può parlare di speranza e di futuro ai ragazzi?
«È estremamente difficile. Viviamo in un periodo di precarietà e in un flusso di eventi tale che aggrapparsi a un ordine stabilito è faticoso. Tuttavia, bisogna essere forti per poter essere utili. Essere adulti non significa dire per me nulla è un problema, ma anche quando sono disarmato e affaticato, ci provo con tutto me stesso a rimanere un testimone della speranza. I minori possono essere fragili e umorali; gli adulti devono essere solidi. È proprio un dovere dell’età adulta tenere dentro le fragilità e in qualche modo riuscire sempre a fare spazio e mantenere uno sguardo aperto a chi sta crescendo».
Non è così semplice.
«Certamente no, ma dobbiamo provarci. Quando sentiamo di non farcela da soli, la chiave è l’aiuto reciproco: dobbiamo fare squadra, sostenendoci a vicenda e facendo comunità per ritrovare l’energia necessaria».
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9 marzo 2026
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