di
Andrea Pasqualetto
Il rapporto di sei professori dell’Università di Firenze per la Protezione civile: «Il rischio rimane alto, necessari interventi per ridurlo». Sono gli stessi che consigliavano trent’anni fa
«Il quadro delineato dai sopralluoghi e dai dati satellitari indica che il rischio rimane elevato per la frana nel suo complesso e che il fenomeno è destinato a evolvere ulteriormente».
Non c’è pace per Niscemi. Lo scrivono i professori dell’Università di Firenze incaricati dal Dipartimento della Protezione civile della Presidenza del consiglio di redigere un rapporto sul disastro che in gennaio ha sconvolto la cittadina siciliana. Sono pagine dense di analisi tecniche, ricostruzioni storiche, elaborazioni satellitari e valutazioni del rischio che radiografano il territorio per capire cos’è successo, cosa sta succedendo e cosa potrebbe succedere in quest’angolo d’Italia dove la terra si muove e inquieta. Le conclusioni degli esperti (6 professori e 12 ricercatori), guidati da Nicola Casagli che insegna geologia all’ateneo fiorentino ed è fra i massimi conoscitori di frane al mondo, sono grigie: «La scarpata principale che borda il paese è suscettibile di un’evoluzione che potrebbe coinvolgere ulteriori edifici posti in prossimità del margine instabile e compromettere in modo permanente tratti di viabilità strategica». Ma una luce c’è: «Il centro presenta condizioni di sostanziale stabilità…».

La causa: erosione fluviale
La fascia interdetta, ridotta di recente da 150 a 100 metri rispetto al ciglio della frana consentendo a 700 persone di rientrare nelle abitazioni, varia a seconda di un coefficiente di sicurezza. Se si prendesse inconsiderazione quello fissato dalla normativa (1.25) la zona rossa si ridurrebbe a 58 metri. Ma l’approccio è di tipo prudenziale e quindi al momento il confine rimane quello.
Il rapporto affronta le cause del disastro, oggetto anche dell’indagine penale della procura di Gela (nei giorni scorsi è stato sentito il capo della Protezione Civile regionale Salvatore Cocina). Prima fra tutte l’erosione dal basso della collina su cui poggia Niscemi, provocata soprattutto dall’acqua che scende dalla città e viene convogliata in buona parte nel torrente Benefizio per poi disperdersi nei terreni sottostanti. Come se un gigante di sabbia e argilla perdesse lentamente i piedi. «L’erosione ha progressivamente ridotto il coefficiente di sicurezza… ha innescato lo scivolamento delle porzioni più basse del versante… le piogge antecedenti gli eventi hanno poi probabilmente contribuito… ».
Le origini storiche
Sono state analizzate le origini storiche del dissesto: «Si tratta di un sistema profondo che interessa i margini del terrazzo sui cui sorge l’abitato ed è inserito in una dinamica di instabilità di lungo periodo. A partire dall’evento del 1790, caratterizzato da movimenti di eccezionale entità e da manifestazioni di vulcanismo, per passare a quello del 1997, che riattivò un corpo di frana. I due eventi costituiscono i precedenti diretti di quello del 2026 che, pertanto, si innesta in un’evoluzione plurisecolare del versante».
Le frane del 16 e 25 gennaio scorsi hanno provocato uno smottamento di dimensioni eccezionali, mai visto in Italia: «Il fronte instabile si sviluppa complessivamente per circa 4,7 chilometri con un volume totale di oltre 80 milioni di metri cubi, le scarpate presentano altezze mediamente comprese tra 25 e 30 metri, con valori massimi che superano i 40 metri». Non si è trattato di un crollo improvviso ma di un movimento che, nella fase più attiva, si è protratto per una giornata: «La velocità è stata dell’ordine del metro all’ora, tipica di scivolamenti composti».
Gli interventi necessari
Cosa fare, dunque? Per risolvere d’emblée i problemi di Niscemi servirebbe una bacchetta magica. «È impossibile una stabilizzazione definitiva dell’intero sistema mediante interventi strutturali estensivi — aggiungono — Non solo per valutazioni di natura economica, di rapporto costi-benefici, ma anche e soprattutto perché il fenomeno coinvolge volumi molto estesi e superfici di scivolamento profonde. E per gli effetti incerti di eventuali interventi di stabilizzazione».
No, l’approccio di medio periodo dev’essere graduale e di convivenza con la frana. Come? «Riducendo l’infiltrazione proveniente da monte, intercettando i flussi idrici prima che penetrino nella massa destabilizzata, eseguendo interventi di protezione al piede dei versanti per contrastare l’erosione fluviale, elemento motore della riattivazione del fenomeno… intervenendo sulle aree critiche, quali l’alveo del torrente Benefizio… Mediante interventi di ingegneria naturalistica (piantumazioni)».
Le stesse raccomandazioni di 30 anni fa
Insomma, un insieme coordinato di opere con una raccomandazione: «Di potenziare il sistema di monitoraggio in loco mediante inclinometri profondi per il controllo delle pressioni». I professori ritengono infine necessario «prevedere la delocalizzazione degli edifici ubicati entro una fascia di 50 metri dal margine della scarpata». Valutazioni e raccomandazioni che assomigliano molto a quelli, rimasti lettera morta, della Commissione tecnico scientifica della Protezione civile che analizzò la vecchia frana. Correva l’anno 2000.
9 marzo 2026
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