di
Dario Di Vico
Un conflitto di un mese sarà già in grado di alterare le dinamiche dei prezzi e delle correnti di import. Le filiere più a rischio, dalla farmaceutica alla chimica. Alessandra Lanza anticipa l’analisi di Prometeia
Il 9 marzo Prometeia organizza un importante webinar su «Attacco all’Iran, impatti economici immediati e scenari futuri» e ha accettato di anticiparne i contenuti a L’Economia del Corriere con un focus sui riflessi per le imprese italiane. La prima considerazione — che potrà sembrare ovvia — riguarda la durata del conflitto che si è innescato in Medio Oriente, infatti molto della misurazione degli impatti dipenderà dai tempi della crisi e dal suo exit.
Per come il fronte del conflitto si è allargato ai Paesi del Golfo parliamo in primo luogo di prezzi del greggio e del gas. Quanto saliranno e i loro effetti collaterali (prezzi dei noli e delle assicurazioni). Sul versante delle scorte, infatti, ci sono meno timori perché ne abbiamo in cascina e quindi possiamo sicuramente respirare. «Ipotizzando un conflitto che dura un mese con il conseguente blocco dello stretto di Hormuz — spiega Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia e responsabile corporate government — la disruption sui prezzi diventa rilevante. Una simulazione sensata ci porta a prevedere nel caso descritto un aumento del prezzo del petrolio pari al 40-45%». Guardando alla manifattura italiana è scontato che a pagare le conseguenze sarà in primo luogo il club delle filiere energivore che erano finite nel mirino già al tempo dell’invasione russa dell’Ucraina. Il riferimento è alla gomma-plastica, alla chimica, agli acciai e ai fertilizzanti per fermarsi a un primissimo elenco.
Il fattore alluminio e le medicine
Ma, aggiunge Lanza, all’effetto prezzo bisogna sommare quelli che potremmo definire i prodotti insostituibili come l’alluminio che è un grosso problema per l’Europa, meno per l’Italia che si approvvigiona dai Paesi dell’area del Golfo solo per il 9 per cento. In questo caso il settore più esposto sono le costruzioni. Sia l’aumento dei prezzi dell’energia sia la difficoltà di sostituire alcuni prodotti ha un sicuro effetto inflattivo, tanto per ricordarcene. L’Italia, ad esempio, importa dal Golfo alcune specialità farmaceutiche in quantità non irrilevante e il riferimento è alle penicilline e ad alcuni loro derivati. E nel farmaceutico le sostituzioni di prodotto sono più difficili che in altri settori. A preoccuparci non sono solo gli impatti diretti ma anche e forse soprattutto quelli indiretti. Per l’energia India e Cina si approvvigionano dalla Russia, ma in quota ridotta rispetto agli acquisti presso i Paesi del Golfo e di conseguenza produrranno un effetto inflattivo sui loro prodotti per effetto del caro-petrolio e cercheranno di scaricarlo sulle merci che esportano.
La guerra dei chip
«Pensiamo a cosa può mettere in moto, ad esempio, una escalation dei prezzi dei chip prodotti a Taiwan». Risultato: pagheremo di più le importazioni italiane di componenti e beni intermedi da New Delhi e Pechino. Ma l’Europa, e noi stessi, non si lamentava dell’invasione di un surplus di merci cinesi che avrebbe travolto i mercati del Vecchio Continente perché, causa dazi, non era più conveniente sbarcare in America? Sì e un impatto positivo — forse l’unico — sarà che quelle merci, incorporando l’aumento inflattivo, costeranno quantomeno di più e saranno meno competitive nei confronti del made in Italy. Ma quali sono i beni intermedi che importiamo dall’Asia? Ad esempio i farmaci generici che vengono prodotti massicciamente in India o gli antibiotici che vengono, a loro volta in gran quantità, dalla Cina. «Ma non solo. Quando osserviamo l’import italiano dai Paesi del Golfo vediamo che ci sono anche tanti telefoni cellulari che non vengono certo prodotti nel Medio Oriente, ma arrivano dalla Cina grazie a una triangolazione», precisa Lanza. Quindi c’è un effetto inflattivo diretto che viene dal caro-energia, ma anche uno indiretto che viene dalle catene del valore. E per quest’ultimo (l’indiretto) non c’è paragone per il riflesso sulle nostre imprese con la crisi ucraina.
Le filiere che rischiano di più
Tornando alle filiere che andranno in sofferenza Prometeia, ne include alcune del settore chimico dipendenti dalle importazioni dal Golfo con percentuali attorno al 50% o poco meno (come la melanina, un derivato plastico). Anche le aste di perforazione usate nell’industria oil gas rientrano in questa lista di difficile sostituibilità e di mercati molto concentrati.
Lo choc che segue l’apertura delle ostilità in Medio Oriente sarà un ulteriore banco di prova per l’industria europea in un momento che Prometeia giudica complicato. «Un momento nel quale la commissione di Bruxelles sta lanciando l’Industrial Accelerator Act che punta a riportare l’industria al 20% del Pil. Ma come? Aumentando l’obbligo di quote «made in Eu» per rendere il Vecchio Continente più autonomo e ponendo vincoli che in una fase di choc finirà per rendere i prodotti finali più costosi — spiega Lanza —. È una proposta che giudico prescrittiva, non agevola certo l’industria e comporta una componente più alta di prezzo. Del resto il protezionismo produce sempre più inflazione».
In definitiva sommando tutti i fattori che abbiamo analizzato cosa comporta per la manifattura italiana lo scoppio e il prolungarsi della guerra in Iran? «Se devo essere estremamente sintetica direi che si abbatte sulle tenui speranze dell’industria di un primo trimestre ‘26 più sostenuto dell’anno che lo ha preceduto — risponde Lanza —. Purtroppo la guerra capita in un momento non opportuno e di conseguenza potrebbe strozzare la ripresa».
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9 marzo 2026
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