di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Dalla domanda globale più forte all’Europa grande importatrice di gasolio, dalle raffinerie limitate ai timori su Hormuz. Ecco cosa spinge i prezzi del diesel
Il segnale più evidente arriva dai mercati internazionali: il petrolio (Brent) è salito del 50,3%, tornando sopra i 100 dollari al barile – spinto dalla nuova escalation militare tra Israele e Iran e dalle tensioni nello stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – mentre i prezzi del gas europeo (Ttf) sono aumentati del 67%. Le conseguenze sono già visibili anche alla pompa.
Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del Made in Italy elaborate da Staffetta Quotidiana, il diesel self service è salito a 1,965 euro al litro, mentre la benzina è arrivata a 1,782 euro al litro, massimo da quasi un anno. Nel fine settimana, come spiega Federpetroli Italia, diversi impianti hanno registrato un aumento anomalo delle vendite di carburanti, segno di una possibile corsa preventiva al pieno dopo l’escalation nel Golfo Persico.
Ma c’è un altro elemento che molti automobilisti stanno notando: il diesel aumenta più della benzina. Per capire perché, bisogna guardare a come funzionano oggi i mercati energetici. Il gasolio, infatti, è diventato il carburante più «teso» della filiera petrolifera.

Il primo anello: la tensione sui mercati energetici
Le crisi geopolitiche si riflettono quasi immediatamente sui mercati del petrolio. Quando aumenta il rischio di interruzioni nelle forniture, i trader acquistano contratti per coprirsi da possibili carenze future. Il risultato è una rapida crescita delle quotazioni.
La guerra in Iran ha già provocato uno shock sui mercati energetici: oltre al petrolio, anche il gas europeo è tornato su livelli che non si vedevano dal 2022, con il benchmark TTF salito sopra i 64 euro al megawattora. Il nodo strategico resta lo stretto di Hormuz. Anche senza un blocco formale, il semplice timore di attacchi alle petroliere ha rallentato i traffici marittimi e aumentato la volatilità dei prezzi.
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Perché proprio il diesel
Il primo fattore è la domanda globale. Il gasolio è il carburante del trasporto pesante: camion, navi, macchine agricole e una parte significativa dell’industria. Quando l’economia accelera — o quando si teme una possibile scarsità di forniture — la richiesta di diesel tende a crescere più rapidamente di quella della benzina.
In Europa, poi, esiste una particolarità strutturale: il continente consuma più diesel di quanto ne produca. È anche il risultato di una scelta energetica di lungo periodo. Per anni molti governi europei hanno favorito il diesel rispetto alla benzina con una tassazione più bassa e politiche pensate per ridurre i consumi di carburante e le emissioni di CO₂. Questo ha portato a una diffusione molto ampia delle auto diesel e ha aumentato la domanda di gasolio. Le raffinerie, però, producono naturalmente più benzina che diesel. Il risultato è uno squilibrio strutturale: l’Europa esporta benzina ma deve importare una parte significativa del diesel che consuma, rendendo questo carburante più sensibile agli shock del mercato internazionale.
Il ruolo delle raffinerie
C’è poi una questione tecnica. Dal petrolio non si può ottenere qualunque quantità di carburante a piacimento: la raffinazione produce una certa proporzione di benzina, diesel, carburante per l’aviazione e altri derivati. Negli ultimi anni diverse raffinerie europee hanno ridotto la capacità o sono state convertite verso biocarburanti e altri prodotti energetici. Questo ha reso il mercato dei prodotti raffinati — e in particolare del gasolio — più rigido.
A questo si aggiunge un elemento osservato dagli analisti dei mercati petroliferi: negli ultimi mesi sono aumentati anche i margini di raffinazione del diesel, il differenziale tra il prezzo del greggio e quello dei carburanti, noto come crack spread. Quando questo margine si amplia significa che il prodotto raffinato è relativamente più scarso e quindi più caro del petrolio da cui deriva. È anche per questo che negli ultimi giorni i rialzi dei listini delle compagnie sono stati più forti sul gasolio: secondo Staffetta Quotidiana alcuni operatori hanno aumentato i prezzi consigliati fino a dieci o quattordici centesimi al litro, molto più che sulla benzina.
Il sospetto della filiera
A complicare il quadro c’è una dinamica ben nota agli economisti dell’energia: i prezzi dei carburanti salgono come razzi e scendono come piume. Quando il petrolio aumenta, i listini alla pompa reagiscono quasi subito. Quando invece il greggio scende, la riduzione arriva con maggiore lentezza.
Il punto è che il carburante venduto oggi spesso deriva da petrolio acquistato settimane prima. L’intera filiera — estrazione, trasporto via nave, raffinazione e distribuzione — può richiedere diverse settimane. Ed è proprio questa distanza temporale che alimenta il sospetto di possibili movimenti speculativi quando i prezzi reagiscono troppo rapidamente agli eventi internazionali. Non a caso, ora il governo ha acceso un faro sui listini.
Il peso delle tasse e la carta delle accise mobili
Per quanto riguarda l’Italia. Il prezzo finale dei carburanti è fortemente influenzato dalla componente fiscale. Accise e Iva rappresentano oltre la metà del costo di un litro di benzina o gasolio. L’accisa pesa per circa 60-70 centesimi al litro, una quota fissa che rende i prezzi alla pompa particolarmente sensibili alle oscillazioni del petrolio.
Per questo nelle ultime ore è tornato al centro del dibattito lo strumento delle accise mobili. La proposta è stata rilanciata dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein, che ha chiesto al governo di attivare il meccanismo per attenuare gli effetti dell’impennata del petrolio sui consumatori. L’esecutivo ha dovuto ammettere che la proposta è corretta e ha aperto alla possibilità di utilizzare questo strumento.
Il sistema delle accise mobili consente infatti di utilizzare l’aumento dell’Iva generato dai rincari del petrolio per ridurre temporaneamente l’imposta sui carburanti. Un intervento simile era stato adottato nel 2022 dal governo Draghi, con un taglio delle accise di 25 centesimi al litro — circa 30 considerando anche l’Iva — per contrastare l’impennata dei prezzi dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La norma sulle accise mobili era stata applicata in precedenza solo un’altra volta, tra aprile e maggio 2008, dal governo Prodi, con uno sconto di circa due centesimi al litro.
Il tema potrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri se l’aumento dei prezzi dovesse consolidarsi nelle prossime settimane. Nell’attesa, i consumatori dovranno fare i conti con i prezzi in salita.
Un aumento che riguarda tutta l’economia
In conclusione, il motivo per cui il diesel preoccupa più della benzina è semplice: muove l’economia reale. In Italia circa l’80% delle merci viaggia su gomma. Quando aumenta il gasolio crescono i costi della logistica, del trasporto e della distribuzione commerciale. Non a caso il gasolio è il carburante più osservato dagli economisti: quando aumenta, si trasmette rapidamente ai costi del trasporto merci e quindi ai prezzi finali dei prodotti. Per questo, ogni centesimo in più sul diesel non riguarda solo gli automobilisti. È un segnale che attraversa tutta l’economia.
9 marzo 2026 ( modifica il 9 marzo 2026 | 13:06)
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