di
Domenico Calcagno

Dopo 32 sconfitte, gli Azzurri di Quesada firmano l’impresa (23-18) in un match epico contro l’Inghilterra. Sabato a Cardiff la caccia al terzo successo nel Sei Nazioni: non è mai successo prima

C’è una nuova squadra nel torneo delle Sei Nazioni. È giovane, non ha paura di niente, non soffre di vertigini e neppure quando scala le montagne più alte si spaventa e rischia di cadere. È l’Italia, che per anni era la squadra da cacciare dal Torneo perché non all’altezza, perché perdeva sempre e molto spesso malamente. In quattro anni è cambiato tutto. I ragazzi sono cresciuti, prima seguendo Kieran Crowley, un neozelandese silenzioso, campione del mondo con gli All Blacks nel 1987 che gli ha insegnato a non avere complessi, poi sotto la guida di Gonzalo Quesada, l’argentino arrivato nel 2024 che ha dato rigore, ordine e fatto diventare uomini i ragazzi. Gli ha insegnato a giocare uno per l’altro, a curare i dettagli, a non porsi limiti. 

E così è successo quello che non era mai successo prima, gli azzurri hanno dato scacco al re, hanno messo sotto (23-18) per la prima volta l’Inghilterra dopo 32 assalti andati a vuoto e lo hanno fatto sbagliando, soffrendo, risalendo la corrente contro una squadra disperata e per questo pericolosissima. Ora manca solo uno scalpo al rugby italiano, quello degli All Blacks. Ci sarà tempo per pensarci, adesso è il momento di godersi fino in fondo una vittoria che sembrava non dovesse arrivare mai e invece si è materializzata sul prato dell’Olimpico, davanti a 68.958 persone, almeno 25 mila arrivate dall’Inghilterra che hanno iniziato cantando il loro Swing Low Sweet Chariot e se ne sono andate in silenzio.



















































Tutti hanno dato qualcosa, messo un mattone, tutti sono stati importanti, compreso chi è entrato dalla panchina. Eppure non sembrava questo il grande giorno. Gli inglesi, rivoluzionati dal loro ct Borthwick, naso da pugile e un passato di seconda linea con la Rosa sul petto, squadernavano un rugby aggressivo, molto britannico, con l’intenzione di sbrigare la pratica ed evitare rischi inutili e quella che per loro sarebbe stata una figuraccia epocale. Calci alti e linea difensiva sempre pronta a scattare in avanti. Il primo quarto d’ora era un incubo, ma gli azzurri si piegavano senza spezzarsi e alla prima occasione salivano sul 3-0 col piede perfetto di Paolo Garbisi.

L’Italia forse tirava il fiato, perdeva lucidità ed esattezza e subiva una meta. Rispondeva con uno strepitoso Menoncello, ma concedeva un’altra meta a tempo scaduto. «All’inizio eravamo nervosi — spiegava poi capitan Lamaro —, perché sapevamo che questa poteva essere la nostra grande occasione e non volevamo farcela scappare». «Avevamo passato una settimana a sentire che potevamo vincere — ha aggiunto il ct Quesada —. Non era facile. Sapevo che dovevamo rimanere sereni in mezzo alla tempesta, perché la nostra fratellanza ci avrebbe aiutato a superare i momenti più duri».
Così è stato. Alla ripresa della battaglia gli inglesi allungavano con sei punti al piede, Nicotera prendeva un cartellino giallo e tutto sembrava finito. Invece: due cartellini toccavano ai nostri avversari, Garbisi metteva alti due calci tra i pali, Ioane catturava un gran pallone volante, Menoncello piazzava un break monumentale e apriva a Marin la strada della meta. La meta che fa la storia, che spinge all’inferno l’Inghilterra e l’Olimpico in paradiso. Quando Lamaro metteva le mani sull’ultimo pallone inglese, rubandolo a Freeman. 

Cominciava la più bella festa del rugby italiano. Una festa che Quesada aveva preparato nei dettagli. Prima un asado preparato da Castrogiovanni, poi la consegna delle maglie affidata a Dominguez, un passaggio di consegne. Sabato si va a Cardiff, un’altra vittoria sarebbe la terza per gli azzurri. Nei 26 Sei Nazioni precedenti non è mai successo.

7 marzo 2026