di
Federico Fubini

Il prezzo del petrolio supera i 100 dollari al barile con lo Stretto di Hormuz chiuso e il rischio di una lunga guerra Iran-Israele. Il G7 prepara il rilascio di riserve mentre Arabia Saudita ed Emirati tentano rotte alternative

Da quando la terza guerra del Golfo è iniziata dieci giorni fa, l’economia mondiale molto probabilmente ha già subito una strozzatura dell’offerta di greggio pari a circa duecento milioni di barili: si tratta di due giorni pieni di consumo nel pianeta. Più che per questo, i prezzi nelle ultime ore hanno superato nettamente i cento dollari a barile soprattutto perché le prospettive sulla durata e l’espansione del conflitto sono peggiorate: l’Iran ha scelto come guida suprema un leader considerato intransigente come Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah Ali Khamenei ucciso nel primo giorno di guerra; Israele ha iniziato a colpire i depositi di petrolio in Iran; ma soprattutto, diventa sempre più concreta l’ipotesi di un conflitto prolungato durante il quale lo Stretto di Hormuz continuerà a restare chiuso. Se così fosse, il mondo resterebbe privo potenzialmente per mesi del 20% dell’offerta complessiva di petrolio e del 20% dell’offerta complessiva di gas naturale liquefatto.

Guerra in Iran, gli aggiornamenti in diretta



















































Questo insieme di fattori ha fatto esplodere in prezzi in Asia fin dalla notte e innescato i primi, concreti tentativi dei governi di ammortizzare lo choc economico in arrivo.

I governi del G7 hanno fatto trapelare che si riuniranno attorno alla metà giornata di lunedì, ora europea, per discutere il rilascio sui mercati di una parte delle riserve strategiche nazionali dei 32 Paesi che danno vita all’Agenzia Internazionale dell’Energia. Le loro riserve in aggregato sarebbero pari a circa 1,2 miliardi di barili, poco più di dieci giorni di produzione mondiale di greggio. Il rilascio di emergenza da decidere in questi giorni sarebbe di circa 300-400 milioni di barili, un volume fra il 50% e il 100% superiore a quello che non è arrivato sui mercati mondiali finora a causa della guerra del Golfo.

Le rotte alternative e il Mar Rosso

Anche alcuni dei principali Paesi produttori si stanno muovendo. L’Arabia Saudita, seconda al mondo per offerta di greggio dietro gli Stati Uniti, sta riattivando il suo oleodotto «Est-Ovest». Si tratta di un’infrastruttura per l’export di greggio via terra che attraversa la penisola araba in territorio saudita da Abqaiq, vicino alla costa del Golfo Persico a Nord del Qatar, fino a Yanbu sulla costa del Mar Rosso davanti all’Egitto. I sauditi – riferisce l’agenzia Bloomberg questa mattina – hanno già deviato due maxi-petroliere verso il Mar Rosso per ricevere il carico e trasportarlo sui mercati internazionali.

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Anche gli Emirati Arabi Uniti, su una scala più ridotta, stanno facendo qualcosa del genere: stanno attivando nello stesso modo l’oleodotto Habshan-Fujairah che collega l’emirato di Abu Dhabi con la costa dell’Oman a ovest dello Stretto di Hormuz, aggirando la strozzatura imposta dall’Iran e dal rischio di guerra.

Il rimedio parziale degli oleodotti alternativi

Si tratta tuttavia di rimedi parziali: l’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita ha una capacità di circa cinque milioni di barili al giorno, meno della metà della capacità produttiva del paese, ed espone il regno alle rappresaglie dell’Iran; l’infrastruttura degli Emirati non arriva ai due milioni di barili al giorno. Nel complesso, uscirebbe così dal Golfo meno di un terzo del flusso normale di greggio.

Il mercato naturalmente ha già fatto i suoi conti. La notizia della riunione del G7 sulla riserva strategica lunedì mattina ha mitigato, ma non fatto rientrare, l’enorme aumento del prezzo del Brent (che resta sopra i cento dollari a barile, quando viaggiava attorno ai 60 a fine febbraio).

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9 marzo 2026 ( modifica il 9 marzo 2026 | 15:07)