Rental Family è un film insolitamente delicato ed emozionante, una perla rara in tempi come questi
Nel 1991 Satsuki Oiwa della Japan Efficiency Corporation (Nihon Kokasei Honbu), società di formazione del personale, si accorse di un fatto non poco secondario: ai partecipanti ai suoi corsi non mancava granché per diventare professionisti migliori, piuttosto le lacune della loro vita riguardavano relazioni e affetti. Da lì l’idea di offrire loro degli attori che, impersonando amici e parenti, fornissero compagnia, consigli e sostegno emotivo. Da lì, in Giappone fu un fiorire delle cosiddette rental family agencies, che negli ultimi decenni hanno iniziato anche a fornire controfigure per arricchire i propri contenuti social di comparse sgargianti. Queste “controfigure sentimentali” sono estremamente utili nella società giapponese, spesso dipinta come estremamente codificata, attenta a riti e apparenze, e per certi versi chiusa e refrattaria all’esternazione.
«L’amore umano è alla base di ogni società, ma qui in Giappone ce ne siamo dimenticati», diceva Satsuki Oiwa, appunto, a inizio anni Novanta: «Le persone si sono rese conto che gli oggetti da soli non possono fare la felicità». È la stessa premessa da cui è partita l’attrice e regista giapponese Hikari per il suo Rental Family, ora nelle sale italiane, dando una nuova chiave di lettura, al contempo leggera e chiaroscurale, a questo fenomeno a quanto pare ancora molto diffuso in Estremo Oriente. Protagonista di questo dramedy commovente è il premio Oscar Brendan Fraser, nei panni metaletterari di Phillip, un attore americano che, sette anni dopo un assurdo spot che l’ha reso celebre nel Sol Levante, fatica a trovare una parte che gli dia continuità e soddisfazione.
Alla fine accetta di fare la comparsa in un finto funerale e poi di lavorare per un’agenzia che “affitta” persone care: tra i suoi primi incarichi, quello di marito di facciata, di padre redivivo per la figlia di una ragazza madre e di finto intervistatore di un anziano attore sulla via del tramonto e della demenza. Soprattutto questi ultimi due “ruoli” lo coinvolgono più di quanto vorrebbero, toccando delle corde che sente estremamente sue: il rapporto con il padre da una parte (assente anche dalla sua vita) e la paura di dimenticare ed essere dimenticato dall’altra. Ma su tutto, rappresentato dallo sguardo sconsolato nelle finestre altrui da un mega-condominio all’altro, a dominare è il filo universale della solitudine.