di
Francesco Bertolino

Per il ministro dell’Economia «una stretta monetaria» da parte della Bce sarebbe «grave». Nuveen: «Le banche centrali non possono stampare più petrolio»

La guerra in Iran fa esplodere i prezzi di petrolio e gas, minacciando una nuova crisi energetica dopo quella del 2022 causata dal ricatto russo sul gas. E il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, teme che la reazione delle banche centrali sia la stessa di quattro anni fa: aumentare i tassi per placare l’inflazione generata dal boom dei costi dell’energia. «Non dimentichiamo la lezione della guerra contro l’Ucraina», si legge in un post del ministero delle Finanze sui social. «Il rischio economico è di nuovo la fiammata provocata dall’aumento dei prezzi dell’energia e sarebbe grave pensare che la soluzione possa passare per una stretta monetaria», avverte Giorgetti. 

La scommessa del mercato

Il mercato sta infatti già scommettendo su una virata della politica monetaria della Bce e anticipa ora due rialzi dei tassi nel 2026. È per questo che le vendite degli ultimi giorni non hanno risparmiato i titoli di Stato che, di norma, sono considerati un porto sicuro nelle fasi belliche. La previsione dei trader è infatti che una nuova crisi energetica tornerà ad alimentare l’inflazione e spingerà così le banche centrali ad alzare i tassi. 



















































Gli effetti di una stretta monetaria

Una stretta monetaria deprimerebbe il valore dei bond sovrani già in circolazione perché costringerebbe i governi europei a emettere debito a tassi più alti. Anticipando questo effetto, dall’inizio della guerra in Iran il prezzo dei titoli di Stato tedeschi sul mercato è perciò sceso lievemente, mentre quello dei Paesi percepiti meno sicuri è calato più decisamente. Lo spread fra i Btp italiani e i Bund è così salito a 77 punti, in aumento di 14 punti rispetto al 26 febbraio, ultima seduta di Borsa prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele. 

La posizione degli esperti

D’altra parte, non tutti gli analisti sono convinti che un aumento dei tassi sarebbe giustificato in questo momento né utile a contrastare un eventuale balzo dell’inflazione dovuto al boom di petrolio e gas. «Le mosse delle banche centrali sono limitate e la politica monetaria può frenare la domanda  – hanno scritto gli analisti di Nuveen – ma non compensare uno shock dal lato dell’offerta». Detto altrimenti, se l’inflazione dipende dalla carenza di petrolio e gas sul mercato, un aumento dei tassi non avrebbe alcun potere di alleviarla. «Le banche centrali possono ridurre la domanda, ma non possono produrre più petrolio», sintetizza Nuveen.

Il rischio stagflazione

In realtà, avvertono gli analisti, «una politica più restrittiva da parte delle banche centrali rischia di aggravare il rallentamento macroeconomico». Famiglie e imprese si troverebbero infatti a far fronte non solo al rincaro delle bollette e dei costi dell’energia ma anche all’incremento dei tassi su mutui variabili e sul credito. Consumi e investimenti finirebbero per essere ulteriormente depressi, imprimendo una brusca frenata all’economia. Si genererebbe proprio quella stagflazione – l’unione di stagnazione del pil e inflazione – che è il cigno nero più temuto dai mercati. E da Giorgetti. 

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9 marzo 2026 ( modifica il 9 marzo 2026 | 18:27)