di
Greta Privitera

In cinque chiedono asilo al governo di Camberra. Si attiva Trump con il premier australiano Anthony Albanese

«Oh martiri, i vostri clamori risuonano nelle orecchie del tempo/Duratura, continua ed eterna/La Repubblica Islamica dell’Iran!». Hanno l’ordine di intonare queste parole, con la mano destra portata al cuore. Ma fianco a fianco, veli in testa, pantaloni e maniche a coprire ogni centimetro di pelle, le giocatrici della nazionale di calcio iraniana si rifiutano. E mentre l’inno del regime degli ayatollah risuona per gli spalti del Cbus Super Stadium, nel Queensland, in Australia, le atlete fissano in silenzio la telecamera con lo sguardo di chi non si piega più

È lunedì 2 marzo, da due giorni Stati Uniti e Israele bombardano senza sosta l’Iran. Hanno già ucciso la Guida suprema Ali Khamenei, e le autorità hanno dichiarato il lutto nazionale. Queste giovani donne, all’esordio contro la Corea del Sud, trasformano il campo di gioco in barricata pacifica. Gliel’avevano ordinato: cantate, non osate sfidare la madrepatria. 



















































Invece, zitte come loro gli hanno insegnato di stare, ribaltano l’arma del silenzio e la trasformano in clamorosa protesta. Il sorriso complice dell’allenatrice Marziyeh Jafari — davanti alla panchina, mentre osserva le sue ragazze dissentire — incornicia l’azione. Partono applausi dagli spalti, dove gli iraniani della diaspora sono venuti a fare il tifo sventolando bandiere pre-Rivoluzione. 

Il giorno dopo, la tv di Stato le chiama «infedeli» e il famoso conduttore Mohammad Reza Shahbazi le definisce «traditrici in tempo di guerra». Nessuno sa che cosa le abbiano detto da Teheran, come le abbiano minacciate, intimorite, umiliate. Ma il risultato di quelle telefonate si vede giovedì, quando le ragazze scendono in campo contro l’Australia al Gold Coast Stadium e cantano l’inno aggiungendo il saluto militare. Perdono 4-0. Stessa cosa domenica, nell’ultimo match contro le Filippine. Perdono anche questa volta, e devono tornare a casa. Che può voler dire carcere o morte

Ora che il rientro incombe, attivisti e iraniani della diaspora si mobilitano con appelli e petizioni per implorare l’Australia di non abbandonare queste ragazze al loro destino. Domenica sera, mentre il pullman si allontana dallo stadio per portare le atlete verso l’albergo, decine di sostenitori lo circondano, battono sulle fiancate e urlano: «Non lasciatele andare, salvatele!». 

Mentre dai grandi vetri appannati, le ragazze fanno gesti disperati, come il segnale universale di aiuto: mano aperta e pollice sul palmo. In albergo ci sono uomini che le sorvegliano, per accertarsi che non scappino. Reza Pahlavi, il figlio dello scià che spera di fare ritorno in patria, scrive: «Le attende un destino crudele. Chiedo all’Australia di proteggerle e sostenerle in ogni modo». 

Anche la Fifa si agita: «La sicurezza della nazionale femminile iraniana è la nostra priorità». Una fonte racconta che alcune famiglie delle giocatrici che vivono in Iran sono già minacciate di morte

Ma è notizia di ieri che cinque ragazze sono riuscite a lasciare l’albergo e si troverebbero in un luogo sicuro con la polizia australiana. Hanno chiesto asilo politico. Interviene anche Donald Trump: «Ho appena parlato con il premier australiano Anthony Albanese e sta facendo un buon lavoro». Scrive il presidente americano su Truth subito dopo aver accusato Canberra di commettere «un terribile errore umanitario» non accogliendo le atlete. «Albanese ci sta lavorando! Di cinque si sta già occupando» e così sarà anche per le altre, ha continuato, spiegando che «alcune, tuttavia, sentono di dover tornare indietro perché preoccupate per la sicurezza delle loro famiglie, se non dovessero fare ritorno potrebbero minacciare ai familiari. Dio benedica l’Australia!». 

Non è la prima volta che atleti iraniani sfidano il regime sui campi da gioco. Per chi vive sotto le legge della Repubblica islamica, ogni azione, ogni luogo, diventa un’occasione coraggiosa di dissenso, nonostante i rischi. Neanche i giocatori della nazionale maschile di calcio, ai Mondiali 2022 in Qatar, prima della partita contro l’Inghilterra, hanno cantato l’inno nazionale. Quella volta era in solidarietà con le proteste per l’uccisone di Mahsa Jina Amini.

9 marzo 2026