di
Andrea Nicastro
Per penetrare nel villaggio della Valle della Bekaa dove il Mossad pensava fosse sepolto il disperso, le forze speciali dello Stato ebraico avrebbero indossato divise dell’esercito di Beirut e usato veicoli della Croce Rossa/Mezzaluna Rossa
DAL NOSTRO INVIATO
GERUSALEMME – Quattordici anni, le gambe schiacciate dalle macerie della sua stessa casa, la testa fasciata e il pensiero fisso a chi non c’è più: mamma, fratellino, sorella, zii. Ali Chokr è l’unico sopravvissuto della sua famiglia, il volto di una tragedia che un reportage di Libération documenta con la precisione di un’autopsia.
Il quotidiano francese ha ricostruito ora per ora un’operazione delle forze speciali israeliane avvenuta venerdì a Nabi Chit, nella Valle della Bekaa, in Libano. L’intenzione era di recuperare il cadavere di un pilota disperso nel 1986, durante una delle innumerevoli incursioni israeliane nel Paese dei cedri. Il pilota si chiamava Ron Arad. È stato un completo fallimento. Non solo non l’hanno trovato, ma hanno lasciato dietro di loro macerie, vittime e il sospetto di un nuovo crimine di guerra.
Secondo quanto ricostruito dai reporter attraverso testimonianze e rapporti medico-legali, a sei giorni dall’inizio dell’attacco all’Iran e a quattro dall’allargamento dell’offensiva al Libano, le Forze di difesa israeliane hanno portato con gli elicotteri una pattuglia di forze speciali a Nabi Chit. Il Mossad, il servizio segreto, era convinto che il corpo di Arad potesse essere sepolto nel cimitero del villaggio. Il caos dei bombardamenti alle postazioni della milizia filo iraniana di Hezbollah offre la copertura ideale. Chi può distinguere un raid contro un presunto operativo del Partito di Dio da uno effettuato per proteggere il recupero di Arad? Israele non mostra mai le prove che l’hanno portato a condannare a morte i suoi bersagli.
L’inchiesta di Libération sembra mostrare la violazione dei trattati internazionali. Per penetrare nel villaggio, le special forces israeliane si sarebbero travestite da soldati libanesi e avrebbero anche usato due ambulanze della Croce Rossa/Mezzaluna Rossa e veicoli in uso all’esercito locale. La conferma viene dallo Stato maggiore di Beirut. Una pratica che, se accertata, configurerebbe il reato di «uso indebito di insegne nemiche» secondo la Corte penale internazionale.
Il cuore dell’operazione si è svolto nel cimitero di Chokr. Qui, protetti dall’oscurità e dai droni, i commando hanno iniziato a scavare in uno spazio adiacente ai resti di un combattente di Hezbollah, sperando di trovarvi Arad. Il piano è precipitato quando una donna, Hamda al-Halbawi, li ha visti dalla sua finestra, ha gridato ed è stata uccisa. Con lei il marito e i due figli. A quel punto è scattata la ritirata coperta da un diluvio di fuoco scatenato dagli elicotteri da combattimento Apaches e dai caccia. Il risultato è un cratere di ottanta metri di diametro e dieci di profondità nel centro del paese, un’esplosione così potente da proiettare un’auto sul tetto di un edificio.
Il quotidiano francese riferisce la versione israeliana. Il premier Benjamin Netanyahu ha confermato l’esistenza dell’operazione per localizzare Arad, ammettendo che i risultati «non sono stati quelli sperati».
Un’ammissione che però, nota amaramente l’inchiesta, non considera neppure la vita della famiglia di Ali, né sana un villaggio ridotto a un cimitero a cielo aperto. La vedova di Arad ha dichiarato di non volere spargimento di sangue per il corpo del marito.
In questi pochi giorni di offensiva «per sradicare definitivamente Hezbollah», le Forze armate israeliane sono già incorse in diverse critiche. Alcuni accusano le Idf di uso del fosforo bianco, una sostanza incendiaria, vietata dalle convenzioni contro le armi chimiche. Convenzione che Israele ha firmato nel 1993, ma è tra i pochi Paesi al mondo a non aver mai ratificato.
9 marzo 2026
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