La sesta puntata de «L’età sbagliata dei social», la serie di Riccardo Luna. Sul rapporto tra internet e minori l’opinione pubblica è sempre stata divisa tra entusiasti e catastrofisti, ma l’avvento dei social network ha evidenziato una significativa e preoccupante correlazione statistica. La prossima puntata sarà online giovedì 12 marzo

«Se i bambini non possono accedere a Internet dal pc di casa, lo faranno tramite la playstation o altri dispositivi. Stiamo alimentando una cultura della paura che non aiuta i nostri giovani». 
Shirley Atkinson, Università di Plymouth, 13 gennaio 2009. 

Il momento «tana libera tutti», quello che aprì definitivamente i cancelli della rete ai minori, fu la grande presentazione del rapporto “EU Kids Online”, il 21 ottobre 2010. 



















































In Lussemburgo era in programma l’edizione annuale del «Safer Internet Forum», un evento che fa parte di un programma messo in piedi dall’Unione Europea alla fine degli anni ‘90 per finanziare iniziative che promuovano un utilizzo sicuro della rete da parte dei minori. Nel 2010 c’era grande fibrillazione perché in estate si era svolta la prima grande ricerca sul tema e se ne attendevano i risultati per orientare le scelte politiche. 

L’opinione pubblica, come spesso accade davanti al progresso, era spaccata in due: apocalittici contro integrati, avrebbe detto Umberto Eco. Insomma, avevano ragione i catastrofisti che vedevano nella rete solo dei pericoli per i minori, su tutti quello dei predatori – e che quindi si ingegnavano per varare divieti e filtri anche a costo di azzoppare il web per tutti gli altri? Oppure gli entusiasti che al contrario ritenevano che grazie ad un computer connesso alla rete la mente di un bambino avrebbe preso il volo e raggiunto vette inimmaginabili – e che perciò sognavano di riempire di pc le case e le aule scolastiche fino all’ultimo sperduto villaggio amazzonico? 

Per capirlo era stata lanciata una ricerca enorme: in 25 paesi erano stati coinvolti 25 mila 142 bambini fra i 9 e i 16 anni; le interviste erano state fatte di persona e a domicilio; per evitare condizionamenti le domande sensibili erano state poste in privato; e per ciascun bambino era stato ascoltato anche uno dei genitori. Mai prima di allora si era fatto uno sforzo così capillare di capire. Di misurare davvero i rischi e le opportunità. Di sostituire i miti con i dati. 

Alla guida di questo progetto c’era una ricercatrice di psicologia sociale della London School of Economics, Sonia Livingstone, che conosceva bene il tema. Già nel 2003, per misurare «rischi e benefici dell’accesso ai nuovi media» (espressione che ai tempi si utilizzava per definire tutto quello che ruotava attorno a internet), aveva avviato un primo progetto di ricerca su 1500 bambini britannici fra i 9 e i 19 anni (nota: ogni volta che nell’insieme dei bambini mettiamo anche ragazzi «fino a 19 anni», qualcosa stride…). 

I risultati di “UK Children Go Online” dimostrarono che i rischi della rete c’erano ma erano delle eccezioni: i bambini usavano internet non per mettersi nei guai ma essenzialmente per fare ricerche scolastiche e comunicare fra loro. Rispetto al «panico morale» diffuso in molti paesi europei era una bella svolta. Se i dati britannici avessero trovato conferma su scala diversa, tutti quei filtri al web che molti governi si apprestavano a mettere non avrebbero avuto più ragion d’essere. La Livingstone propose alla Commissione Europea di finanziare un progetto di ricerca globale: nell’ambito del “Safer Internet Action Plan”, nacque “EU Kids Online”, una rete di centri di ricerca – in Italia ne fa parte la Cattolica – con un unico obiettivo: misurare la vita online dei bambini e degli adolescenti

Nell’ottobre 2010 Livingstone presentò una anticipazione della ricerca che vedrà la luce completa qualche mese più tardi: trenta slide che archiviavano il panico morale cambiando la narrazione del tema per un decennio. Molte paure furono ridimensionate: i predatori online c’erano, dicevano i dati, ma erano davvero rarissimi; i contenuti «da grandi» in rete non guastano davvero l’infanzia perché i bambini prediligono giochi adatti a loro e ignorano il resto; e poi chi sta sul web di solito non si isola ma al contrario resta in contatto con gli amici tutto il tempo; e infine misurare l’uso eccessivo di un personal computer è difficile perché questo dato varia da persona a persona e quelli che manifestano una dipendenza seria sono pochi. 

Ma soprattutto fu dimostrato che in rete i bambini che hanno più opportunità di crescere e apprendere sono anche quelli esposti a rischi maggiori e che eliminare i rischi vuol dire rinunciare alle opportunità. La soluzione consigliata dai ricercatori non era quindi il divieto ma la resilienza, ovvero abituarsi a individuare i pericoli e a proteggersi. Come? Per esempio avendo dei genitori al fianco che possano dare supporto in caso di contenuti problematici e dannosi; e pazienza se la ricerca mostrava chiaramente che i genitori quasi sempre del funzionamento della rete ne sapevano meno dei figli. Il rimedio suggerito era l’alfabetizzazione digitale. Corsi di internet per tutti. Soprattutto per mamma e papà. Diventare genitori consapevoli. E attivare il parental control sui telefonini. 

Era il sigillo che mancava per incoraggiare i più piccoli a entrare in rete e diventare degli smanettoni felici. Il futuro sarebbe stato meraviglioso, in molti ne erano certi. Anzi, sarebbe stato «perfetto» come recitava il titolo di un saggio del 2012 che fotografava benissimo le aspettative del tempo: “Future Perfect, The Case for Progress in a Networked Age”. Lo aveva scritto uno scrittore e giornalista di Wired, Steven Berlin Johnson, la cui tesi, in soldoni, era questa: miliardi di persone sono ormai connesse a tutto il sapere del mondo e sono collegate fra di loro; ma avete idea della quantità di cose che potranno inventare collaborando? Era l’apoteosi dell’ottimismo: Sky Is the Limit. 

Non a caso in quegli anni ebbe un enorme successo un format sperimentato qualche anno prima in Silicon Valley: l’hackathon, letteralmente “hackers’ marathon, maratona di sviluppatori”, cioè di hacker, termine che si provò invano a riscattare dalla reputazione negativa che la cronaca nera gli aveva affibbiato. Queste maratone durano di solito un paio di giorni (e di notti); si svolgono in grandi luoghi, spesso in palestre; e vedono centinaia, a volte migliaia di sviluppatori, divisi in squadre e chini sui loro laptop per provare a risolvere, tramite righe di codice, un problema, qualunque problema, dal più banale alla fame nel mondo. Gli hackathon si fanno ancora e a volte hanno una qualche utilità ma solo in quegli anni c’era l’idea che gli algoritmi avrebbero aggiustato tutto e che avrebbero reso il mondo migliore. L’idea che l’inizio di ogni soluzione fosse un pc connesso alla rete. Meglio ancora, se a usarlo era un ragazzino

Il fatto è che capitava di frequente qualche storia che sembrava confermare la tesi che bastasse “hackerare” il mondo per risolvere le cose. Quella più potente, quella più solida, accadde nel gennaio del 2014. Un giorno a Santa Clara, in California, uno studente trova in casa un volantino che promuove donazioni per un’associazione di non vedenti. Si chiama Shubham Banerjee, ha appena 12 anni, è di origini indiane e vive negli Stati Uniti da molto tempo. Chiede ai genitori: «Come leggono i ciechi?». Il padre, un ingegnere della Intel, gli dice sbrigativo: «Cercalo su Google». Shubham Banerjee scopre così che una banale stampante per non vedenti, una stampante in caratteri Braille, costa più di duemila dollari. In India chi avrebbe potuto permettersela? Decide di farne una low cost utilizzando il suo kit “LEGO Mindstorms” (si tratta dei famosi mattoncini di plastica colorati, reinventati al MIT con schede logiche, sensori e motori che consentono di programmarne i movimenti: l’anticamera della robotica per bambini). Insomma, in due settimane, nel garage di casa, Shubham Banerjee assembla sei prototipi di stampante ma nessuno funziona abbastanza bene; il settimo modello invece riesce a imprimere le lettere sulla carta creando il rilievo necessario a leggerle con un dito. Chiama il progetto BraiGo, stima che un apparecchio del genere possa costare appena 350 dollari e sbaraglia i concorrenti alla fiera della sua scuola. Non finisce qui. Qualche mese dopo, subito prima di compiere 13 anni, la Intel investe nella sua startup qualche centinaia di migliaia di dollari facendone il più giovane imprenditore tech della storia a ricevere un investimento da un venture capital: e lui rilascia le istruzioni della BraiGo in rete in modo che chiunque a casa possa costruirsi la sua stampante Braille senza chiedergli il permesso. Un finale da applausi. 

Un futuro più che perfetto ci attendeva dietro l’angolo. Ma ci era sfuggito quello che stava davvero accadendo in rete: l’ascesa travolgente dei social network (e dei videogame, di cui tratteremo dopo). Infatti mentre noi parlavamo di makers e coders magnificando le sorti progressive di una generazione che avrebbe letteralmente costruito il proprio futuro, la grandissima parte degli utenti della rete diventava follower; le community di Arduino e Scratch contavano, è vero, centinaia di migliaia di ragazzini, ma in definitiva erano splendide nicchie rispetto alle centinaia di milioni di adolescenti che passavano ore a seguire i post di Instagram e i video di TikTok appositamente selezionati per ciascuno di loro da un algoritmo studiato per sfruttare i loro punti deboli e tenerli agganciati più a lungo possibile. Tutto ciò cambiava qualcosa rispetto al loro benessere? 

La prima ricerca scientifica a porsi questa domanda fu probabilmente quella condotta nel 2012 da Igor Pantic, un professore associato di fisiologia medica all’università di Belgrado, in Serbia (“Association between Online Social Networking and Depression in High School Students”). Il ricercatore coinvolse 482 studenti delle scuole superiori di Belgrado scoprendo «una correlazione statistica significativa» fra il tempo trascorso sui social e la depressione. Restava (e in parte resta ancora) da dimostrare se i social portino alla depressione; o se invece chi è depresso si rifugi più volentieri nei social. Il famoso nesso causale. Nonostante moltissimi indizi propendano per la prima ipotesi, va riconosciuto che la «pistola fumante» ancora non c’è al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma intanto portiamo a casa questo fatto: tutto quello che è venuto dopo, in termini di conoscenza scientifica del problema, ha avuto origine dall’intuizione del professor Igor Pantic che voleva capire perché i suoi studenti sembrassero depressi. 

Nell’opinione pubblica, in realtà, quello studio passò abbastanza inosservato. Evidentemente eravamo troppo occupati a postare e a mettere dei likes. Oppure era la conferma che non ci piacciono i guastafeste: la favola che stavamo vivendo era troppo bella per essere interrotta da una semplice correlazione. Una svolta ci fu solo nel 2017 quando una psicologa dell’università di San Diego, Jean Twenge, studiando le serie storiche di dati sulla salute mentale degli adolescenti americani vide qualcosa che la spaventò e la convinse a dare l’allarme: «In tutte le mie analisi il 2012 è l’anno dal quale la salute mentale degli adolescenti è indubbiamente peggiorata», scrisse in un articolo sull’Atlantic che aprì finalmente una discussione sul tema. «Un fenomeno di queste dimensioni – scrisse la Twenge – non si era mai visto prima, almeno dagli anni Trenta del secolo scorso». Nel 2018 Jean Twenge pubblica la sua ricerca: “Decreases in Psychological Well-Being among American Adolescents after 2012 and Links to Screen Time during the Rise of Smartphone Technology”. È stato solo allora che negli Stati Uniti qualcuno ha iniziato a pensare che qualcosa di serio stava andando storto con i social e che il problema non era soltanto il dilagare di fake news o la fine della verità. Erano i minori. 

Ma che era successo esattamente nel 2012 per causare il fenomeno visto nei dati dalla professoressa Twenge? Lo diremo dopo. Prima infatti merita di essere citata un’altra ricerca, quella di Kira Riehm, psichiatra epidemiologa della Columbia University di New York. Il suo studio, condotto su 6500 adolescenti americani e pubblicato nel 2019, aggiunge un tassello importante: individua la soglia delle “tre ore giornaliere trascorse sui social”, passate le quali un adolescente avrebbe un rischio significativamente più alto di ansia, depressione, solitudine e comportamenti aggressivi. Ora, visto che la gran parte degli adolescenti sui social ci passa più di tre ore al giorno, anzi, più di quattro, era chiaro che la situazione era piuttosto seria. 

La tesi della Riehm è stata come la rottura di una diga. Da allora ricerche analoghe si sono moltiplicate non solo negli Stati Uniti ma in ogni angolo del pianeta. E a questi materiali accademici, nel 2021 si sono aggiunti alcuni scottanti documenti interni di Meta pubblicati da Frances Haugen, una ex dipendente pentita (una whistleblower), che hanno corroborato questa tesi dall’interno: in sintesi estrema, ci sono le prove che a Meta sapevano che i loro algoritmi stavano danneggiando la salute mentale degli adolescenti ma non si sono fermati per continuare a fare profitti. Quando, il 14 febbraio 2024, la città di New York, assieme a tutte le sue scuole e ai tutti i suoi ospedali, ha annunciato di voler portare in tribunale i social network, lo ha fatto essenzialmente sulla scorta degli elementi portati alla luce da due donne: Kira Riehm e Frances Haugen. 

Ma sarà un libro, che uscirà un mese dopo l’annuncio della citazione della città di New York, a trasformare queste storie in un movimento: un movimento di genitori disperati contro le Big Tech.

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10 marzo 2026 ( modifica il 10 marzo 2026 | 08:16)