di
Guido Olimpio
L’isola di Kharg, nel Golfo Persico, è la principale infrastruttura petrolifera dell’Iran. Ma Usa e Israele, per ora, l’hanno risparmiata
In ogni guerra c’è la fase dell’inganno. Gli strateghi confondono l’avversario facendo trapelare informazioni su possibili mosse per indurlo all’errore. Magari le indiscrezioni che indicano l’isola di Kharg come possibile obiettivo di un’azione terrestre statunitense lo sono, oppure si tratta di qualcosa di più serio perché non è un luogo qualsiasi.
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L’isola, a circa 25 chilometri dalla costa iraniana, è il cuore dell’esportazione di petrolio: da qui «esce» il 90% del greggio, con una buona quota diretta verso la Cina. Da sempre i suoi impianti hanno rappresentato il segmento strategico e per questo gli ayatollah hanno cercato di potenziarli ma anche di tutelarli. Una scelta obbligata in quanto le acque del Golfo sono poco profonde e questo lembo di terra è uno dei pochi a favorire il lavoro delle super petroliere.
Il piano richiama formule militari evocate durante le operazioni Usa in Venezuela. Il Pentagono aveva considerato di assumere il controllo di alcuni impianti petroliferi come mezzo di pressione su Caracas. Non è stato necessario perché la Delta Force ha portato via Nicolás Maduro. Ma ancora più indietro nel tempo Washington ha mostrato il proprio interesse per il terminale.
Sono i ricercatori che studiano la Storia a ricordare il precedente del 1979. In una riunione svoltasi in quell’anno alla Casa Bianca, all’allora presidente democratico Jimmy Carter venne sottoposta la bozza di un intervento per strappare l’isola all’Iran. Idea rimasta sul tavolo in quanto ritenuta non priva di incognite.
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Poi ancora, in epoche successive, durante il conflitto Iran-Iraq (1980-88) il sito è stato bombardato dalle forze di Saddam Hussein nel tentativo di strangolare la Repubblica islamica. Due anni fa sono stati gli israeliani a considerare azioni intense e adesso il filone è riemerso, anche se i raid (almeno fino alle ultime ore) hanno riguardato altri impianti per il greggio e lasciato fuori le pipeline di Kharg. Per gli analisti una scelta precisa, un modo per conservarsi una carta «pesante» nel confronto. Se gli strike hanno decimato la leadership, il controllo dell’isola priverebbe Teheran dello sbocco strategico aumentando le difficoltà del regime.
L’eventuale assalto presenta comunque dei rischi. Il sito è nella parte settentrionale del Golfo, gli iraniani hanno mezzi per infliggere perdite e la Casa Bianca deve essere disposta ad accettarle, ben consapevole che il suo elettorato non è certo in sintonia con l’invio di soldati per missioni di lunga durata sul terreno. Donald Trump, al solito, è stato ondivago: ha escluso per il momento lo scenario di unità Usa all’interno dell’Iran ma, al tempo stesso, ha lasciato aperte tutte le ipotesi. I media hanno segnalato come una struttura di comando dell’82esima Divisione aerotrasportata abbia cancellato, all’improvviso, la partecipazione a esercitazioni in Louisiana per restare nella base di Fort Bragg, North Carolina.
Non è un reparto citato a caso: dispone di un contingente di 5 mila uomini pronto a muovere in poche ore. Ma forse è pura coincidenza oppure i parà sono destinati ad altri compiti.
C’è poi un secondo ostacolo. I Guardiani possono lanciare una rappresaglia sugli impianti sauditi e di altri Paesi del Golfo aggravando lo choc petrolifero. Il messaggio iraniano è sempre il solito: se noi non possiamo vendere il petrolio, non lo potrete fare neppure voi. Intanto, in questi giorni, nonostante i combattimenti, gli operai si sono portati avanti aumentando la produzione di Kharg e rifornendo diverse petroliere. La conferma che il traffico va avanti, a ogni costo.
10 marzo 2026 ( modifica il 10 marzo 2026 | 12:39)
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