di
Paolo Valentino
La telefonata Trump-Putin ha riportato lo zar al centro della scena: si è «offerto» di aiutare l’Europa e di dare aiuto a placare la guerra in Iran. Dagli Usa Putin ha ricevuto un regalo immenso: il prezzo del petrolio, quasi raddoppiato rispetto alle sue previsioni. Ma l’equilibrio, per Mosca, è ancora instabile
La telefonata tra Donal Trump e Vladimir Putin restituisce in qualche modo un ruolo al leader del Cremlino nella partita iraniana. E Putin, che dal blocco dello Stretto di Hormuz ha ricevuto l’insperato regalo dell’impennata dei prezzi di petrolio e gas, cerca di trarre il massimo vantaggio dalla situazione.
Il giorno dopo la conversazione con Trump, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, spiega che il presidente russo ha presentato diverse proposte di mediazione sul conflitto in Iran e che queste «sono ancora sul tavolo». Vi aveva già fatto allusione lo stesso Trump, al termine della telefonata, dicendo che «Putin vuole dare una mano» a ridurre le tensioni, ma aggiungendo che «il suo contributo sarebbe ancora più utile se facesse finire la guerra in Ucraina».
Lo scambio conferma il tentativo dello Zar di porsi come interlocutore credibile e necessario nel quadrante mediorientale, nonostante prima in Siria e adesso in Iran abbia assistito impotente alla sconfitta militare di due fedeli alleati.
Prima della chiamata con Trump, incontrando i capi delle compagnie energetiche russe, Putin aveva ricordato i moniti della Russia sul rischio che ogni azione destabilizzante nella regione conducesse a una grave crisi energetica con conseguenze devastanti per l’economia globale, lo scenario che si è puntualmente materializzato. «Entro il prossimo mese, il flusso di petrolio dallo Stretto di Hormuz potrebbe cessare del tutto», aveva detto Putin, producendosi nell’ennesima piroetta all’indirizzo dell’Europa. Pochi giorni dopo aver minacciato di interrompere del tutto le forniture di gas al mercato europeo, lo Zar infatti si è detto pronto a lavorare di nuovo con l’Europa, a patto che i governi siano disponibili a tornare a una cooperazione «sostenibile e stabile, libera da considerazioni politiche». Già che c’era, Putin ha assicurato che continuerà a rifornire gli europei che lui considera affidabili, leggi Ungheria e Slovacchia. Prima dell’invasione dell’Ucraina, l’Europa acquistava da Mosca più del 40% del suo gas, percentuale ridotta al 13% nel 2025.
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Sono gli stessi Stati Uniti a rimettere Putin in gioco, con l’annuncio che starebbero considerando un «vasto alleggerimento delle sanzioni petrolifere» contro la Russia, con decisioni ad hoc sul modello di quanto hanno già fatto per l’India, autorizzata ad acquistare petrolio russo per un mese senza subire dazi. A confermarlo, sono stati prima il segretario al tesoro Scott Bessent e poi lo stesso Trump. La decisione punta a contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia, aumentando l’offerta di petrolio e gas per far fronte alla strozzatura di Hormuz.
L’attacco americano su Teheran e la reazione iraniana contro i Paesi della regione, con la chiusura del tratto di mare tra la Penisola arabica e l’Iran da cui transita un quinto del petrolio e del gas del mondo, hanno fatto schizzare il prezzo del barile sopra 100 dollari. Una manna per il ministero delle Finanze russo, che per il bilancio di previsione 2026 aveva assunto un prezzo di 59 dollari, mettendo in conto riduzioni di spesa civile ed aumenti delle tasse per poter continuare a finanziare la guerra in Ucraina.
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Certo, è ossigeno di breve periodo: «Per avere un impatto significativo sull’economia russa, i prezzi dovrebbero rimanere a questo livello per circa un anno», ha spiegato Vladimir Milov, ex viceministro dell’Energia, poi caduto in disgrazia e ora in esilio. Ma anche solo per il tempo del conflitto in corso, che secondo Trump non dovrebbe durare ancora a lungo, Putin intende tesaurizzare l’inatteso vantaggio. E non solo sul piano economico.
Così lo Zar si propone come mediatore e attore inevitabile in Medio Oriente, cerca di preservare i suoi legami con Teheran (ha già espresso appoggio incondizionato al nuovo leader supremo) e non ultimo approfitta dei nuovi introiti (e della distrazione generale) per intensificare gli sforzi di guerra contro Kiev, dove però le cose non vanno esattamente bene, come invece sostiene la sua propaganda. È come tenere contemporaneamente molte palline in aria, un atto di virtuosismo politico e diplomatico estremamente precario e di durata incerta. Basterebbe che Trump dichiari «mission accomplished», qualunque sia il risultato ottenuto, perché il castello di carte di Vladimir Vladimirovic crolli.
10 marzo 2026 ( modifica il 10 marzo 2026 | 17:03)
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