«Giocando d’anticipo sulla vecchiaia, ad un certo punto ho pensato di prepensionarmi» racconta Neffa, alias Giovanni Pelino da Scafati, in concerto a Napoli, alla Casa di Musica venerdì prossimo. «E, visto che nessuno m’ha fermato, l’ho fatto per davvero». A fargli cambiare idea l’album napoletano «AmarAmmore»: «È arrivato poco prima della pandemia a farmi capire che la musica era ancora capace portarmi dove vuole» ammette. «Nonostante avessi deciso, infatti, di non farne più, lei ha continuato a fare cose con me. Quelle canzoni napoletane volevano uscire. E l’hanno fatto. Stesso discorso per “Canerandagio”, l’album dello scorso anno che costituisce un po’ l’ossatura dello spettacolo con cui torno pure a Napoli».

APPROFONDIMENTI

Un disco rap in due parti.

«Le ho pubblicate a quattro mesi di distanza una dall’altra perché avevo messo molta carne al fuoco grazie ad un gioco d’incastri che ha allungato i tempi rendendo quella dello sdoppiamento la formula migliore. Ero diventato troppo presto un vecchio sulla riva che guarda lo scorrere del fiume e c’era una parte di me poco convinta del prepensionamento che è tornata a farsi sentire».

Primo palcoscenico, quello del Forum di Assago lo scorso novembre.

«Già. Io c’ero, ma non sapevo chi altro ci sarebbe stato. E avevo bisogno di capirlo. Sotto questo aspetto, l’evento s’è rivelato molto confortante, dandomi una tranquillità mai avuta prima. L’idea di ripetere l’esperienza nei teatri e nei club affrontando un vero e proprio tour è nata da lì».

Tornare al Festival di Sanremo nel 2025 ospite di Shablo, Guè, J00hua e Tormento la sera delle collaborazioni ha influito su questa sua rentrée?

«No, perché il ritorno era già nell’aria. Me l’avessero chiesto solo l’anno prima avrei detto no grazie, come avevo fatto nel 2020 davanti alla richiesta di Diodato».

Ma cosa l’ha strappata alla riva del fiume?

«Sono stati i bambini di Berlino. Per sfuggire al caldo di Bologna, due estati fa mi sono trasferito a Kreuzberg 61 passando da un amato isolamento al caos di giardini per l’infanzia e ristoranti. Lì per lì ho avuto un rifiuto, poi ho accettato quel tipo di realtà e così mi sono detto: ok, voglio tornare in campionato. E il campionato si gioca a Milano. Così mi sono trasferito, smettendola col pendolarismo da Bologna. Anche se il rapporto col capoluogo lombardo è un po’ controverso, trovandolo allo stesso tempo velenoso e necessario».

Che Neffa è quello di oggi?

«Cerco di rimanere attaccato alla realtà solo da un piccolo istmo per processare la musica nella maniera più incontaminata possibile. Partendo sempre dal presupposto secondo cui, come avrebbe detto Umberto Eco, noi siamo libri che parlano di altri libri, in quanto la nostra società e la sua arte vanno avanti per assemblaggio, nella più completa fluidità, perché tutto è mischiato. Amo questo frullatore, a patto che non si fagociti pure il coraggio dei pensieri».

Fra le tante esperienze, un incontro straordinario?

«Sì, nel 2004 a Sanremo. Ero in gara con “Le piccole ore” e c’era pure Andrea Mingardi con la Blues Brothers Band. Alla chitarra, Steve “the Colonel” Cropper, uno che avrebbe meritato l’eternità, come Umberto Eco, e invece ci ha lasciati l’anno scorso. Quando, dietro le quinte, m’ha detto che la mia canzone gli era piaciuta perché “very sophisticated” ho messo a segno uno degli highlight della mia carriera. Perché sentirsi fare un complimento del genere dall’uomo che ha scritto con Otis Redding “(Sittin’ on) the dock of the bay” è veramente un gran vanto».

Il nodo alla gola «difficile da mandare giù» evocato in «Aspettando il sole» sta ancora lì?

«Ad una certa età capisci di essere pure le tue imperfezioni. E penso mi definisca pure l’essere una spina che non trova la sua presa. Ho scritto quella canzone a 26 anni e a quell’età hai un rapporto con l’inquietudine, con la fine, molto naïf. A 56 è abbastanza diverso: con la morte camminiamo in strada assieme, ma facciamo finta di non conoscerci perché spero ancora di rimorchiare».