di
Antonio Carioti
Nel suo libro «La democrazia in America» lo studioso francese descrisse, nell’Ottocento, le possibili distorsioni autoritarie dei sistemi democratici. Un tema più che mai attuale
Alexis de Tocqueville, nobile di origine normanna vissuto nell’Ottocento, è considerato uno dei massimi teorici del liberalismo politico. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha citato oggi al Teatro del Maggio Musicale a Firenze evocando il concetto di “dittatura della maggioranza”, elaborato dallo studioso francese osservando gli sviluppi della democrazia nel luogo dove essa più si era radicata all’epoca, cioè gli Stati Uniti d’America, le ex colonie britanniche che nella parte finale del Settecento si erano liberate dal dominio della Corona di Londra e si erano date istituzioni rappresentative.
Nato in una famiglia aristocratica che aveva sofferto durante la Rivoluzione cominciata nel 1789, Tocqueville non crede però all’ipotesi di restaurare il sistema assolutista ed è molto interessato invece ai meccanismi politici e sociali legati all’espandersi della partecipazione popolare. Laureato in Legge, diventa magistrato in giovane età e nel 1831 (era nato nel 1805) intraprende un viaggio negli Stati Uniti per osservarne il sistema carcerario.
Il soggiorno diventa l’occasione per confrontarsi con una democrazia in atto, della quale Tocqueville esamina e analizza le caratteristiche con grande curiosità, dimostrando un ingegno molto acuto. Tornato in Francia pubblica in due parti, nel 1835 e nel 1840, il suo capolavoro La democrazia in America, libro considerato una pietra miliare del pensiero liberale.
Tocqueville considera ineluttabile l’affermazione della democrazia e ne segnala i pregi ma anche i pericoli. Il principio della sovranità popolare e l’introduzione del suffragio universale (all’epoca solo maschile, non dimentichiamolo) sono a suo avviso un portato della modernità e della tendenza ad affermare l’eguaglianza di diritto tra gli uomini. Questi progressi però, ammonisce, presentano un lato oscuro, poiché la regola maggioritaria, se assolutizzata, può arrivare a ledere i diritti del singolo e a soffocare le formazioni intermedie (associazioni, comunità locali, chiese) che costituiscono il fondamento vivificante del tessuto sociale.
Qui emerge il concetto di “dittatura della maggioranza” richiamato da Mattarella. Se i governanti eletti dal popolo non incontrano freni nell’esercizio del potere, un regime formalmente democratico può diventare dispotico e liberticida come quelli assolutistici fondati sulla monarchia di diritto divino.
Nelle preoccupazioni di Tocqueville risuona l’eco di quanto era avvenuto durante la Rivoluzione francese, che aveva visto l’instaurazione del Terrore nel nome del popolo, con un gran numero di vittime, ed era poi sfociata nella tirannia imperiale di Napoleone Bonaparte. Ed è evidente come le sue riflessioni risultino attuali di fronte all’emergere in diversi Paesi di “uomini forti” che hanno distorto, o tendono a distorcere, le istituzioni democratiche in direzione autoritaria.
Gli esempi oggi non mancano certo. E anche ai tempi di Tocqueville dalla successiva Rivoluzione francese del 1848 nacque una Seconda Repubblica, di cui il nobile liberale fu per un certo periodo ministro degli Esteri, destinata a rimanere come un esempio emblematico dei pericoli insiti in una democrazia sfornita dei necessari limiti al potere politico. Infatti il presidente eletto dal popolo, Luigi Bonaparte, si trasformò nel giro di poco tempo in dittatore, con il colpo di Stato del dicembre 1851, e poi addirittura in Imperatore con il titolo di Napoleone III.
10 marzo 2026 ( modifica il 10 marzo 2026 | 19:24)
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