di
Michele Farina
L’impomatato ex opinionista militare della Fox, oggi capo del Pentagono, ha dovuto smentire la notizia di «uno studio per il trucco» progettato accanto all’ufficio per le interviste televisive
«Uccidiamoli tutti»: per Colin Jost, il Crozza americano che conduce il «Saturday Night Live», Pete Hegseth è la caricatura preferita. Il segretario alla Difesa, anzi alla Guerra, anzi alle «Operation Kill Everybody». Jost lo battezzò così in tv a dicembre, quando le forze Usa uccisero a sangue freddo dei naufraghi aggrappati a un motoscafo di narcos. Il
Washington Post
scoprì che era stato lo stesso ministro a dare l’ordine («Kill everybody»), salvo poi addossare la responsabilità a un generale capro espiatorio.
Guerra in Iran, gli aggiornamenti in diretta
Il veterano
È questo «l’ethos del guerriero» che l’ex veterano dell’Iraq e dell’Afghanistan e della tv Fox ha promesso di portare al Pentagono, la più grande «macchina» del governo americano con 3 milioni di dipendenti e un budget da 849 miliardi di dollari?
L’ethos e l’epos: non dovrebbe sorprendere se a scegliere il nome dell’ultima operazione contro l’Iran, «Epic fury», fosse stato proprio Hegseth, il «warrior» in completo blu carta da zucchero che trasuda la «letalità» professata durante le audizioni di un anno fa, quando il Congresso confermò la sua nomina in extremis, e solo perché il vicepresidente JD Vance scese in campo con il suo voto (era successo un’altra volta nella storia, nel primo mandato di Donald Trump, per la ministra dell’Istruzione). L’ex soldato Pete non aveva convinto metà dei senatori per via delle accuse di violenza sessuale e di alcolismo arrivate da un’ex cognata dell’aspirante segretario.
APPROFONDISCI CON IL PODCAST
Perfezione e redenzione
«Non sono perfetto — si difese lui smentendo le accuse — ma la redenzione esiste». Passato per il rotto della cuffia, il quarantacinquenne «redento» è parso barcollare in diverse occasioni. Già il 15 marzo scorso diffuse ai quattro venti informazioni «sensibili» su un imminente attacco agli Houthi dello Yemen su una chat non protetta su Signal, dove oltre al fratello e alla moglie casualmente si era inserito anche una penna della rivista The Atlantic. Il ministro ossessionato dalla segretezza liquidò il caso parlando di una leggerezza, mentre un rapporto del Pentagono confermò che così facendo aveva messo a rischio la vita dei soldati americani.
Trump redarguì bonariamente in pubblico l’ex opinionista militare della tv amica Fox già suo consulente nella campagna elettorale del 2016, senza cacciarlo come è toccato di recente alla ministra della Sicurezza Interna. Con Kristi Noem, il collega Pete ha in comune una tendenza a manifestare insofferenza e disprezzo per gli interlocutori che osano contraddirlo. Lui che pure da giovane ufficiale nella Guardia Nazionale di stanza nella sunnita Samarra, dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, aveva dato prova di una certa capacità diplomatica operando come mediatore presso i maggiorenti della comunità orfana di Saddam.
Il pantano no
Quando tornò dal fronte, prese a criticare gli alti gradi delle forze armate per la disorganizzazione di cui avevano fatto le spese i commilitoni sul terreno. E anche ieri, da ministro della Guerra, il sempre impomatato Hegseth (che ha dovuto smentire la notizia di «uno studio per il trucco» progettato accanto all’ufficio per le interviste tv) ha detto che l’operazione contro l’Iran «non è ancora finita» ma non sarà infinita «come in Iraq dopo il 2003». L’amministrazione Trump, dice il redento Pete, non si impelagherà «nel pantano» del nation building in cui si sono persi George W. Bush e Barack Obama. L’obiettivo del segretario «killing everybody» semmai è la distruzione di una nazione, con i mullah «disperati e in rotta» fino a che Trump non canterà vittoria.
Il paragone con Rumsfeld
Hegseth è il secondo capo del Pentagono più giovane della storia dopo Donald Rumsfeld, che tornò a ricoprire la carica sul finire della carriera come stratega delle guerre in Iraq e in Afghanistan. Gli americani arrivarono a Bagdad con le bandierine e gli humvees da parata, immaginando un trionfo e non l’inizio di una guerra civile. Quando i soldati Usa cominciarono a saltare in aria per le bombe che squarciavano i non blindati, Rumsfeld ripeté una delle sue frasi preferite: «Stuff happens». Succede. Lo dirà anche il redento Pete per la scuola delle bambine morte a Minad colpite da un missile Tomahawk?
11 marzo 2026 ( modifica il 11 marzo 2026 | 08:09)
© RIPRODUZIONE RISERVATA