di
Massimo Gaggi
Trump sorpreso dalla resistenza di Teheran, è spaventato dall’impopolarità per il caro benzina. L’establishment del partito repubblicano e i consiglieri del leader Usa sono in fermento: così lui oscilla tra la richiesta di una resa e le frasi sulla «guerra finita» per calmare i mercati
Lunedì il ministero della Guerra aveva appena diffuso il messaggio più bellicoso, «abbiamo appena iniziato a combattere», quando Donald Trump sorprendeva tutti con un tono molto diverso: «Abbiamo già raggiunto gran parte degli obiettivi, le operazioni militari potrebbero finire molto presto».
Parole assai diverse anche da quelle da lui usate in precedenza: aveva detto che non avrebbe accettato niente di meno di una resa incondizionata mentre ora apre a una trattativa: respinta subito da Teheran che definisce «vuote» le sue minacce. Intanto Trump, che per una settimana aveva usato con enfasi la parola «guerra», ora non solo evita di usare questo termine ma riduce 10 giorni di bombardamenti martellanti con migliaia di obiettivi colpiti a un’escursione.
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Trump cambia rotta perché, sorpreso dalla mancata resa di Teheran, furioso con Netanyahu che contribuisce a far salire i prezzi del petrolio bombardando 30 depositi iraniani di greggio, è incalzato dai suoi consiglieri che gli mettono di continuo sotto gli occhi i sondaggi sull’impopolarità della guerra mentre cresce a dismisura il timore di una sconfitta al voto di midterm di novembre.
Il partito repubblicano evita di contestare apertamente la guerra di Trump, sarebbe antipatriottico, ma è anch’esso in grande fermento. Così il consigliere diplomatico del presidente, Steve Witkoff, prende per buone le parole del Cremlino che assicura di non aver aiutato l’Iran a colpire le basi americane anche se l’intelligence Usa sembra essere arrivata a conclusioni opposte: spera che Putin tolga qualche castagna dal fuoco e spinga Teheran a negoziare. Pare che davvero il presidente abbia pensato di poter trattare una teocrazia disposta ad arrivare fino al martirio come fosse il Venezuela di Maduro. E ora, compreso, che il regime può resistere per mesi mentre massimizza i danni economici inferti agli Usa e all’Occidente, cerca una via d’uscita.
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Pesa la condanna che gli viene dai sondaggi sulla guerra: tutti i democratici, i due terzi degli indipendenti, mentre l’appoggio dei suoi rimane vasto ma non più totale: 90 per cento dei Maga, 54 tra i repubblicani non Maga. La condanna degli americani non verte sulla guerra in quanto tale, sulla violazione della legalità internazionale e di quella interna (il conflitto doveva essere autorizzato dal Congresso). Conta una sola parola: benzina. L’inflazione è il fattore che ha decretato l’impopolarità di Biden ed è quello che sta facendo perdere consensi al fronte repubblicano che in questo primo anno della presidenza Trump è uscito sconfitto da quasi tutte le elezioni locali.
Solo due settimane fa, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Trump aveva negato l’esistenza di un problema prezzi vantando un calo di quelli petroliferi che avevano contribuito a raffreddare l’inflazione. Si era vantato di aver fatto scendere il prezzo medio della benzina in America a 2,30 dollari al gallone e aveva promesso di farlo scendere a 2 dollari o anche meno.
Invece dall’inizio della guerra il prezzo alla pompa si è impennato fino a raggiungere, all’inizio della settimana, il livello medio di 3,48 dollari. «Se il greggio rimane per un’altra settimana a 100 dollari al barile — aveva sentenziato Mark Zandi, capo economista dell’agenzia di rating Moody’s — il gallone di benzina arriverà a 4 dollari».
E mentre influencer e conduttori di trasmissioni radiofoniche e televisive trumpiane hanno cominciato a denunciare i rincari e a prevedere disastri elettorali, il presidente dei senatori repubblicani, John Thune, ha garbatamente auspicato una rapida conclusione delle ostilità per «riportare i mercati alla normalità».
Consapevole dei rischi che corre, oltre a cercare sponde negoziali, Trump, che non aveva pensato a piani d’emergenza, ha cercato di correre ai ripari mobilitando la riserva strategica di greggio e disponendo una scorta di unità della US Navy per le petroliere nello stretto di Hormuz. Immediato il calo dei prezzi ma in un mercato impazzito: su alcune piazze il greggio è passato da 119 a 84 dollari. Un’oscillazione di 35 dollari in 24 ore: non era mai successo. Una pacchia per gli speculatori. Soprattutto quelli bene informati.
11 marzo 2026 ( modifica il 11 marzo 2026 | 08:06)
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