di
Valentina Iorio

La dinamica dei prezzi dell’energia preoccupa: l’inflazione potrebbe tornare a correre, arrivando anche al 5%-6% a fine anno

Con il blocco dello Stretto di Hormuz un quinto del gnl mondiale è congelato. Gli acquirenti asiatici ed europei di energia si stanno contendendo le forniture, dopo che la guerra in Medio Oriente ha bloccato la rotta dal Qatar. Questo si traduce in un aumento del prezzo del gas e del petrolio, maggiori costi assicurativi e noli più cari. Sul gas gli effetti in termini di prezzo rischiano di essere molto più pesanti di quelli sul petrolio, perché il mercato del gnl è vicino alla saturazione. 

«Stiamo già vedendo l’impatto della situazione in Medio Oriente sull’energia. I nostri sforzi di diversificazione stanno dando risultati. Ma questo non significa che siamo immuni agli choc dei prezzi», ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, alla plenaria dell’Europarlamento. «Dall’inizio del conflitto i prezzi del gas sono aumentati del 50% e quelli del petrolio del 27%. Tradotto in euro: dieci giorni di guerra sono già costati ai contribuenti europei tre miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili. Questo è il prezzo della nostra dipendenza», ha evidenziato. In questo contesto l’Italia, che sconta ancora una forte dipendenza dalle importazioni di gas naturale, è uno dei Paesi che rischiano di pagare il prezzo più alto. 




















































Il fattore tempo

Il fattore che pesa di più per l’Italia è il tempo. «Per un Paese come il nostro, manifatturiero, integrato nelle catene globali del valore e dipendente dalle importazioni di energia, ciò che conta non è tanto dove avviene lo choc, ma per quanto tempo continua a influenzare specifici mercati», evidenzia Carlo Altomonte, professore di Politica economica europea dell’Università Bocconi. Sul piano delle scorte nel breve periodo l’Italia è abbastanza protetta: dopo il 2022 gli stoccaggi sono mediamente più elevati e le fonti più diversificate. 

«Se il rincaro del prezzo del gas dovesse durare due o tre mesi questo peserebbe sugli importatori di materia prima, ma non ci sarebbero ricadute a valle. Se invece dovesse essere sostenuto e persistere per più di tre mesi, questo si rifletterebbe sia sui costi di produzione che sui prezzi al consumatore e l’inflazione potrebbe tornare a correre, arrivando anche al 5%-6% verso fine anno», spiega Altomonte. Con la corsa dei prezzi dell’energia, secondo un’analisi condotta da Oxford Economics e ripresa dal Financial Times, nel quarto trimestre di quest’anno l’inflazione in Italia potrebbe aumentare di oltre 1 punto percentuale rispetto alle precedenti previsioni della società di consulenza.

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«Se il rincaro non rientrasse rapidamente, gli effetti si trasmetterebbero attraverso tre canali: la crescita, l’inflazione e la bilancia commerciale. – prosegue Altomonte – . L’aumento dei costi energetici, innanzitutto, riduce i margini delle imprese energivore e il potere d’acquisto delle famiglie. Secondo, l’energia entra direttamente e indirettamente nei prezzi, con il rischio di riaccendere aspettative inflazionistiche. Terzo, un aumento strutturale di petrolio e gas eroderebbe il surplus recuperato dopo il 2022, incidendo sulla percezione del rischio sovrano».

Bollette: +15% gas e +10% luce

Nomisma Energia stima un aumento del 15% sulle bollette del gas dal 1° aprile e del 10% sull’elettricità nel secondo trimestre 2026, per effetto dell’aumento dei prezzi di gas e petrolio. «Ma se la guerra dovesse continuare a lungo potremmo arrivare ai livelli del 2022», avverte il presidente Davide Tabarelli. «Per il momento siamo ancora molto lontani dallo scenario della crisi ucraina. Ammetto che con la chiusura di Hormuz mi sarei aspettato una fiammata dei prezzi maggiore di quella che c’è stata finora – continua Tabarelli – . Questo significa che l’Europa ha una notevole resistenza, ma il rischio rimane elevato. Soprattutto per un Paese come l’Italia che cresce dello zero virgola e nel 2022 ha bruciato 6,2 punti percentuali di Pil per l’importazione di energia».

Benzina e gasolio aumentati del 3%

L’aumento dei prezzi non ha risparmiato la benzina. Da un’analisi di Altroconsumo emerge che il record dei rincari si è registrato a  Milano, mentre a Roma c’è stato il rincaro più alto per il gasolio. Tra il 25 febbraio, prima dell’attacco all’Iran, e il 5 marzo, a conflitto in corso, i prezzi medi di gasolio e benzina sono aumentati almeno del 3% con picchi che hanno sfiorato il + 6%. 

Investimenti a rischio

Un altro rischio è quello del blocco degli investimenti. Secondo un’analisi condotta da  I-AER – Institute of Applied Economic Research su 457 pmi italiane dei settori servizi, commercio e produzione, il  58% delle imprese ha già deciso di bloccare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026 per preservare la liquidità aziendale, mentre il 46% prevede di congelare nuove assunzioni almeno fino alla metà dell’anno, soprattutto se, in caso di continua escalation, i costi energetici dovessero aumentare tra il +30% e il +40% nell’arco dell’anno e i costi legati ai trasporti dovessero crescere tra il +20% e il +30%. 

I prezzi dei fertilizzanti

La guerra in Medio Oriente sta spingendo a rialzo anche i prezzi dei fertilizzanti. Dall’area del Golfo Persico, in particolare Qatar e Iran, arriva il 45% della produzione mondiale di urea derivata dal gas naturale. Nei giorni scorsi il prezzo dell’urea sui listini è salito sui principali mercati di circa il 30% negli scorsi giorni, toccando un massimo di 600 dollari a tonnellata. Questo potrebbe portare a un nuovo ciclo di rincari su tutta la catena agroalimentare.

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11 marzo 2026 ( modifica il 11 marzo 2026 | 20:32)