di
Marco Bruna

Il produttore cinematografico, condannato a 16 anni per crimini sessuali, intervistato in carcere in esclusiva dall’«Hollywood Reporter». «Epstein? Forse l’ho incontrato una o due volte. Non frequentava la mia cerchia. Di certo non eravamo amici». «Qualche donna mi ha accusato solo per ottenere dei soldi»

«E così ci incontriamo ancora». Harvey Weinstein, il magnate del cinema caduto in disgrazia, condannato per crimini sessuali, accoglie il condirettore di Hollywood Reporter, vecchia conoscenza, in una stanza di solito adibita per le riunioni nel carcere di Rikers Island, a New York. Il contrasto tra quello che un tempo era un uomo famoso per la sua tracotanza e quello che si presenta agli occhi di Maer Roshan è impietoso: «Harvey si è materializzato silenziosamente, accasciato su una sedia a rotelle portata da un agente penitenziario dall’aria annoiata. È molto più magro, più grigio e più pallido di come lo ricordavo. La tuta gialla della prigione si confonde con la stanza dipinta di giallo, conferendogli una sfumatura verdastra».

A fine gennaio, l’Hollywood Reporter è entrato a Rikers Island, dove Weinstein è rinchiuso, per la prima intervista «faccia a faccia» da quando si trova in carcere – dopo una serie di colpi di scena nelle aule di tribunale, il 23 febbraio 2023 l’ex produttore è stato condannato a 16 anni; nel 2017 una serie di articoli pubblicati sul New York Times e sul New Yorker avevano rivelato la sua storia di molestie e abusi sessuali nei confronti di alcune attrici di Hollywood, aprendo un vaso di Pandora di sofferenze e brutalità che ha dato una nuova spinta al movimento MeToo. Un centinaio di donne si sarebbero poi fatte avanti per denunciarlo.



















































Roshan aveva un’ora a disposizione, guardato a vista dagli agenti e da Juda Engelmayer, la persona che si occupa delle ormai pochissime relazioni col pubblico di Weinstein. Harvey vive confinato nell’unità medica della prigione: ha un cancro al midollo osseo, il diabete ed è stato operato al cuore. «Vivo nella mia cella 23 ore al giorno, non ho alcun contatto con altri esseri umani, non si può socializzare nell’ala in cui mi trovo». Ma soprattutto, Weinstein si considera una vittima: «Ho detto ai miei figli più piccoli che sono innocente. Loro mi credono».

«Una volta, mentre aspettavo di poter usare il telefono, ho chiesto al tizio davanti a me se avesse finito. Lui ha staccato la cornetta dall’orecchio e mi ha dato un pugno in faccia. Sono caduto a terra, c’era sangue dappertutto. I poliziotti mi hanno chiesto chi fosse stato, ma non potevo dirlo. Non puoi essere una spia. È la legge della giungla», dice Weinstein all’Hollywood Reporter, parlando della prigionia. «Una volta ogni tre ore ho circa 16-18 minuti a disposizione per telefonare. È la mia ancora di salvezza. Parlo con tre dei miei figli ogni giorno: mia figlia maggiore, che ora ha 30 anni, e i miei figli di 12 e 15 anni. Gli altri due non mi parlano da sei anni. Sento anche i miei avvocati e alcuni amici. È l’unica cosa che mi mantiene sano di mente». Weinstein ha rispolverato i classici del liceo: legge Hemingway (Addio alle armi, Per chi suona la campana) e Fitzgerald (Il grande Gatsby). Le persone che incontra durante il giorno gli chiedono soprattutto di Quentin Tarantino, di cui ha portato in sala, tra gli altri, Pulp Fiction: «Questo non è un posto per amanti di Shakespeare in Love».

Ammette di aver paura di morire lì dentro: «Sarebbe una fine spietata. È incredibile aver passato una vita come la mia, aver contribuito in questo modo alla società e non ricevere alcun tipo di clemenza. Non ho ricevuto la pena di morte, nonostante il male che mi accusano di aver fatto. Compirò 74 anni a marzo. Non voglio morire qui dentro».

A questo punto arriva la domanda più attesa, quella sul finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, morto suicida in un carcere di New York nel 2019. «Non lo conoscevo», afferma Weinstein. «Forse l’ho incontrato una o due volte. Non frequentava la mia cerchia. Di certo non eravamo amici. So solo quello che leggo sui giornali, anche se non ho molta fiducia nei media. Né nei giudici. Ma i crimini di cui è accusato sono davvero orribili. Non c’entrano niente con i miei». 

Poco più avanti, quando gli viene chiesto di commentare la sua condanna, rispolvera la tracotanza di un tempo e dice che «molte delle accusatrici lo hanno fatto per soldi, una donna ha ricevuto da me tre milioni di dollari». Poi aggiunge: «Non avrei mai dovuto uscire con le persone con cui uscivo. Ero sposato con una donna fantastica che non aveva idea di cosa stessi facendo. Mentivo sempre. Usavo impropriamente il mio staff per nascondere queste cose. Ho mai aggredito sessualmente una donna? No, non l’ho mai fatto». Quando gli viene chiesto se si sia mai scusato con una di queste donne, prova a correggere il tiro: «Mi dispiace. Non avrei dovuto essere con loro fin dall’inizio. Le ho ingannate».

11 marzo 2026