di
Paolo Condò

Tutti fuori dalla Champions e Mondiale a rischio per la terza edizione di fila. Il calcio che avremo fra dieci anni si decide oggi, ed è difficile essere ottimisti

Nel 1974 l’Italia uscì male dai Mondiali, eliminata dalla Polonia di Deyna e Lato e costretta ad assistere da casa al fantastico torneo dell’Olanda di Cruijff, battuta in finale dalla Germania ma protagonista di una rivoluzione culturale — il calcio totale — che nelle sue varie declinazioni è arrivata fino a oggi. La Nazionale aveva già fallito l’approdo alla final four dell’Europeo ‘72, sconfitta dal Belgio, e malgrado le coppe non andassero così male (due delle tre finaliste battute dall’Ajax nelle coppe Campioni di quegli anni erano state Inter e Juve), la distanza manifesta da olandesi e affini, con focus speciale sull’aspetto atletico, convinse il presidente federale Artemio Franchi della necessità di rinnovare dalle fondamenta

Affidò così il settore tecnico a Italo Allodi, il più aperto, scafato e anche discusso dei dirigenti italiani (aveva già lavorato per l’Inter di Angelo Moratti e la Juve di Gianni Agnelli), e nel 1976 la sua creatura, il Supercorso di Coverciano, vide la luce cambiando per sempre il nostro calcio. L’insegnamento ai giovani tecnici passò da 140 a 900 ore, gli esami si moltiplicarono come i docenti di prestigio e gli ospiti internazionali invitati a portare le loro esperienze. Si spalancarono le finestre ed entrò aria nuova. Il Supercorso divenne la locomotiva dello sviluppo che avrebbe portato due titoli mondiali all’interno dei 30 anni più belli di sempre.



















































Se ricordiamo questa pagina di storia all’indomani del crac dell’Atalanta col Bayern, che segna di fatto la cancellazione dei club italiani dalla Champions a livello di ottavi di finale (e già la qualificazione dei bergamaschi era stata un’impresa), è perché la crisi ci sembra così complessiva e soffocante da necessitare un’iniziativa forte come fu quella del 1976. Non per proporre un altro Supercorso — ogni idea è figlia del suo tempo, l’intervento tecnico oggi andrebbe fatto molto più a monte — ma per combattere questo gioco dei quattro cantoni in cui ciascuna componente si lecca le proprie ferite cercando di minimizzarle, senza accorgersi che è la struttura intera a crollare. Che ci si salva, o si cola a picco, tutti assieme. Non c’è un problema solo — risolto quello, risolto tutto — ma un insieme di questioni talmente ribadite nel tempo (ma non affrontate) da costituire ormai un meme sui social.

Fra due settimane la Nazionale cercherà di qualificarsi al Mondiale vincendo due gare di playoff. Sono partite per le quali è giusto provare paura, specie l’eventuale seconda in trasferta, perché Irlanda del Nord e Galles (la Bosnia sarebbe un po’ meno grave) sono squadre che corrono, che hanno ritmo, che si spendono come se al 90’ la loro vita finisse, e infatti al triplice fischio crollano al suolo esauste. I nostri non sono abituati a ragionare così, ma a calcolare ogni energia per non sprecarne. Non è un caso se il tema delle troppe partite sia quasi un nostro monopolio culturale.
Speriamo tanto che Gattuso ce la faccia perché l’appartenenza è una pulsione che oltrepassa il raziocinio: siamo tifosi dell’Italia. 

Siamo anche consapevoli, però, che il ritorno al Mondiale permetterebbe di alzare il tappeto per nascondervi un altro po’ di polvere, mentre l’elenco delle riforme da fare è lunghissimo. La discussione sul campionato è incentrata sugli errori arbitrali, in Champions facciamo pena ma a ogni eliminazione quasi si festeggia («e ora testa allo scudetto!»: colpa di noi media, anche), la Nazionale è in bilico sul precipizio: le tre gambe su cui si regge il tavolo sono tutte traballanti, eppure la Lega non ha trovato due giorni per dare uno stage a Gattuso e Gravina non ha puntato i piedi, spiegando bene perché il 98 per cento col quale è stato rieletto non è un successo, ma una prigione.

Il calcio che abbiamo oggi è quello che è stato seminato dieci anni fa, quando la crisi era già un’evidenza. Quello che avremo fra dieci anni si decide oggi, ed è difficile essere ottimisti. In politica sono gli statisti, merce rara, a preoccuparsi di ciò che non vedranno. Nel calcio è lo stesso. 

12 marzo 2026