
Ci sono film che cambiano per sempre il modo in cui ti approcci al cinema.
Redux Redux non è uno di questi. Ma, letteralmente prosciugati dal vedere sempre la stessa cosa fatta sempre nello stesso modo, il solo fatto di vedere sempre la stessa cosa ma in un modo leggermente diverso è ragione sufficiente per legarsi la cravatta in fronte e ballare sul tavolo come un salaryman giapponese ubriaco e dedicare lodi sperticate su Letterboxd a un film che è, in mancanza di un’emoji migliore, semplicemente ok.
Redux Redux è uno di questi.
È uno di quei film che va ai festival e tutti sono mega presi bene per l’effetto festival, e tu vorresti crederci ma poi iniziano a vederlo anche i tuoi amici e i tuoi critici preferiti e le aspettative inevitabilmente si sgonfiano. Nanni Cobretti, il proverbiale uomo con un occhio solo in un mondo di ciechi, ci aveva visto giusto con quell’occhio solo e, di ritorno dal Frightfest di Londra, aveva detto grossomodo “più sì che no, ma si poteva fare di più”. Altrettanto saggiamente, lo aveva definito Terminator col multiverso al posto dei viaggi nel tempo – e chi sono io per cercare di dire la stessa cosa con parole diverse? È esattamente questo: un action on the road ambientato tra autostrade, deserti, stazioni di servizio e provincia pulciosa, impreziosito dal topos sci-fi più cool e gettonato di… ehm, quattro anni fa.
Nel multiverso della follia, una tazza gialla può essere anche rossa o blu: la Marvel non oserebbe mai!
La figlia 14enne di Irene è stata uccisa da un serial killer.
Irene vuole vendetta.
Irene, per qualche motivo, ha una macchina per viaggiare nel multiverso.
Irene inizia a uccidere ogni singola iterazione dell’assassino di sua figlia.
Senza superpoteri o arti marziali, ma con l’incoscienza e la determinazione di chi non ha più niente da perdere, Irene spara, brucia, pugnala, strangola e dissangua il figlio di puttana che le ha distrutto la vita. Centinaia, migliaia, decine di migliaia di volte. Finché non le casca il braccio o finché non finiscono i mondi da visitare. Più o meno a questo punto lo spettatore più attento avrà capito una cosa, e per tutti gli altri viene detto ad alta voce pochi minuti dopo: Irene è una drogata, la sua droga è la vendetta. Non può smettere perché non vuole smettere perché non ha altro per cui vivere, sono sicuro che non è il vostro primo rodeo e avete familiarità col concetto.
Il meccanismo si inceppa quando, per puro caso, Irene salva la vita a Mia, prossima vittima designata del killer di cui sopra. 15 anni, traumatizzata, scappata da una casa famiglia, con la risposta sempre pronta e nessun posto dove andare, Mia si innamora immediatamente dello stile di vita di Irene e dice alla grande, ci sto, viaggiamo nel multiverso e facciamola pagare a quel figlio di puttana, quando si comincia? Non che Irene stesse proprio cercando una spalla, un Robin al suo Batman, per così dire, ma sapete come sono le madri ossessionate dal ricordo della figlia morta quando una ragazza della stessa età della figlia morta entra nella loro vita: tendono ad affezionarsi.
Prende così forma un improbabile ma dinamico duo che affronterà una serie di peripezie, si allontanerà e riavvicinerà per poi scoprire che alla fine la vera vendetta sono gli amici che abbiamo incontrato lungo la strada.
Godard diceva che per fare un film basta una donna e una pistola, chissà cosa avrebbe pensato se gli avessero detto che di donne potevano essercene anche due!
Redux Redux è scritto e diretto dai fratelli Kevin e Matthew McManus, e interpretato dalla sorella, Michaela McManus. Lei l’avete sicuramente vista da qualche parte perché è una vita che fa TV: si sbaciucchiava con Chad Michael Murray in One Tree Hill, metteva dietro le sbarre pedofili in Law & Order: SVU, era un lupo mannaro in The Vampire Diaries, cose così. Al cinema invece ha fatto poco, e niente che io abbia visto, ma è comparsa anche negli altri film dei suoi fratelli. Devono essere una famiglia affiatatissima e un po’ li invidio.
Kevin e Matthew sono anche loro in giro da un pezzo, ma se ne sono sempre stati un po’ nelle retrovie. Questo è solo il loro terzo film, ma hanno scritto e prodotto varia roba di Netflix tra cui Cobra Kai e il bellissimo American Vandal, sono legati alla bizzarra saga horror di 13 Cameras e a un giro di professionisti che orbita attorno all’autore/attore Jim Cummings, con cui hanno collaborato in vari modi e ha una particina in questo film (non è così importante, ma Jim Cummings è un regista che amo e mi andava di citarlo: è specializzato in cinema del disagio, che non è una cosa che tendiamo a coprire, ma il suo unico film calciabile, The Wolf of Snow Hollow, è stato recensito su queste pagine da una splendida Xena Rowlands).
Un saluto affettuoso al king del disagio Jim Cummings
Redux Redux è, soprattutto, un film di personaggi. Ce ne sono parecchi e sono tratteggiati con la cura che di solito trovi in un romanzo o in una serie, raramente in film così asciutti e minimali: non solo i co-protagonisti, Mia (l’esordiente Stella Marcus: tenetela, rispettosamente, d’occhio) e il killer Neville (Jeremy Holm), ma anche figure palesemente di contorno, dalla cameriera del diner alla camionista che dispensa saggi consigli, dai contrabbandieri multiversali al sopraccitato Jim Cummings, uno “sconosciuto” con cui Irene ha una one night stand in ogni universo – si vede che ognuno di loro ha una storia, anche se i McManus non ce la raccontano è lì che pulsa tra le righe e dà profondità al racconto. Di contro, la regia è sobria, di mestiere ma senza particolari guizzi, con quella patina da cinema indie se solo nel cinema indie ci si sparasse in faccia un po’ più spesso. Al di là delle ovvissime citazioni a Terminator, mi ha ricordato per certi un filmetto pazzesco di più di 10 anni fa, Predestination, che come Redux Redux partiva da una premessa sci-fi bella tosta (lì erano i paradossi temporali) che portata avanti a budget zero e quasi senza effetti speciali. Va detto che Predestination aveva molta più personalità e un cast più stellare (Ethan Hawke e Sarah Snook anni prima del successo di Succession), ma la stessa malinconia di fondo e il cuore di un racconto esistenziale sulla natura dei rapporti umani, l’elaborazione del trauma e la ricerca di sé. Curiosamente, anche Predestination era diretto da due fratelli (a proposito, che fine hanno fatto? Oh, hanno girato un capitolo di Saw!).
Sarahconnoring
L’altra particolarità di Redux Redux è che la cosa che fa meglio è contemporaneamente la cosa che fa peggio: esporre la lore.
Il film inizia in medias res e non cede alla tentazione di flashback o spiegoni. Benissimo. Ti immerge subito nell’azione e ti dice esattamente quello che ti serve sapere nel momento in cui ti serve saperlo, senza cincischiare, senza prenderla alla lontana, senza – grazie, Signore, grazie! – usare metafore trite per spiegare il multiverso che ormai hanno capito anche i sassi come funziona. O forse no. Perché la meccanica del film è un tale colabrodo da far venire il sospetto che gli unici in tutto il multiverso a non aver capito come funziona il multiverso, siano proprio i fratelli McManus.
Va bene non scendere troppo nei dettagli e lasciare qualcosa anche alla fantasia o all’intuito dello spettatore, ma Redux Redux non sa davvero decidersi se è un film sul multiverso o sui loop temporali. La macchina che viaggia attraverso le dimensioni funziona esattamente come una macchina del tempo, riportando Irene (e poi Mia) sempre nello stesso punto e nello stesso momento, a parte quando non lo fa. Il tempo passa per chi viaggia tra le dimensioni? Forse sì, ma se così fosse, Irene dovrebbe essere molto più vecchia di così. Allora forse no. Di sicuro non sembra passare per le persone con cui Irene interagisce, che si trovano sempre nello stesso posto a fare sempre le stesse cose tipo giorno della marmotta. Eppure quando Irene visita l’unico universo in cui sua figlia è viva, la trova ormai cresciuta, interpretata da un’attrice trentenne. Quindi?? Insomma, lungi da me diventare uno di quei tizi che scambiano la caccia ai plot hole per critica cinematografica, ma più il film cerca di elaborare la propria mitologia, più si fa confuso, e questo tende a essere un limite per un action così poco action e così chiaramente “di scrittura”.
“Credo che in fondo a questo tunnel ci sia una metafora o comunque un qualche tipo di significato profondo”
È un problema così grosso? Beh, no, ma neanche così piccolo. Il mio consiglio? Non pensarci troppo e godersi il viaggio a base di vendetta, perdita, lutto e ossessione. Alla fine non è che smettiamo di voler bene a Batman quando ci rendiamo conto che è un miliardario vestito da pipistrello.
Blu-ray quote:
“La vendetta è un piatto che va servito ancora e ancora e ancora e ancora e”
Quantum Tarantino, i400calci.com