di
Vera Martinella

Resta ancora una neoplasia difficile da curare nonostante la ricerca abbia fatto passi avanti: la diagnosi arriva tardi perché la patologia non dà sintomi. Quali sono i fattori di rischio e come si cura

Lo aveva rivelato lo scorso settembre: «Il mio tumore al pancreas è inoperabile». La conduttrice e volto tv Enrica Bonnacorti se ne è andata all’età di 76 anni contro la stessa malattia che si è portata via, un anno fa, l’amica e collega Eleonora Giorgi e, prima ancora, l’allenatore Sven Goran Eriksson, il calciatore Gianluca Vialli, il tenore Luciano Pavarotti e l’attore Patrick Swayze.

Il tumore al pancreas resta una neoplasia nemico difficile da curare nonostante negli ultimi anni la ricerca scientifica abbia fatto dei progressi e l’aspettativa di vita, che era per lo più di pochi mesi, ora supera i tre anni per un numero crescente di malati che oggi possono essere sottoposti a intervento chirurgico.
In Italia infatti, è cresciuto il numero di persone vive dopo la diagnosi di questa malattia: nel 2024 erano 23.600, rispetto a 21.200 nel 2021, con un incremento del 10% in tre anni. Passi avanti importanti, che possono essere ricondotti soprattutto alla ricerca scientifica e ai progressi nelle cure.
Solo in un paziente su cinque, però, la malattia è identificata quando è ancora localizzata ed è possibile procedere con l’asportazione chirurgica, con maggiori possibilità di guarigione e sopravvivenza.



















































Diagnosi tardiva e segnali da non trascurare

Uno dei problemi più grandi da risolvere resta la diagnosi tardiva: «Il tumore del pancreas è insidioso perché in fase precoce non dà sintomi particolari e i segnali più evidenti compaiono quando ha ormai iniziato a diffondersi agli organi circostanti o ha ostruito le vie biliari — spiega Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer Center e della UOC di Oncologia Medica della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS di Roma —. Così 8 persone su 10 scoprono la malattia quando è già in stadio avanzato e la situazione molto complicata».
Quali sintomi non vanno trascurati? «È bene parlare con un medico in caso di comparsa improvvisa del diabete in un adulto senza fattori di rischio specifici – risponde Tortora -; dolore persistente nella zona dello stomaco o a livello della schiena, al punto di passaggio tra torace e addome; importante calo di peso non giustificabile; steatorrea (cioè feci chiare, oleose, poco formate, che tendono a galleggiare); comparsa di trombi nelle vene delle gambe, soprattutto in età giovanile o senza fattori di rischio specifici; diarrea persistente non spiegata da altre cause».

Patologia aggressiva 

A peggiorare le cose c’è il fatto che questa neoplasia è particolarmente aggressiva e che il pancreas si trova in una zona delicata e difficile da raggiungere. Si spiega così il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi molto inferiore a quello, per esempio, del seno o della prostata. Nonostante i continui sforzi, per ora i ricercatori non sono a riusciti a mettere a punto test in grado di scoprire i primissimi segnali della presenza di un tumore, ma si sta già lavorando sulle persone più a rischio di ammalarsi per tenerle sotto controllo.

Fattori di rischio 

«Oltre a fumo, diabete, obesità e vita sedentaria, a far aumentare le possibilità di sviluppare un cancro del pancreas è la pancreatite cronica, uno stato d’infiammazione permanente per lo più dovuto a un abuso cronico di alcol — spiega Paolo Tralongo, presidente del Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (Cipomo) —. La storia familiare, poi, è responsabile di quasi il 10 per cento dei tumori pancreatici, che in alcuni casi possono essere spiegati nel contesto di patologie geneticamente trasmissibili note: la sindrome di Peutz Jeghers (rischio di oltre 100 volte), la sindrome familiare con nevi atipici multipli e melanoma (20-30 volte), la mutazione del gene Brca-2 (3-10 volte), la pancreatite ereditaria (10 volte) e la sindrome di Lynch».

Prevenzione 

Quindi un primo passo fondamentale è limitare i rischi di ammalarsi, ovvero non fumare (3 casi su 10 sono causati dal tabacco), seguire una dieta sana, stare alla larga dai chili di troppo e mantenere una moderata e costante attività fisica. Che cos’altro si può fare? «Si possono tenere sotto sorveglianza alcune categorie di persone che sono più a rischio di sviluppare una neoplasia pancreatica perché appartengono a famiglie dove sono presenti più casi di questa malattia o perché sono portatori di mutazioni coinvolte nello sviluppo della stessa — risponde Silvia Carrara, presidente dell’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (Aisp) —. Aisp ha promosso un registro italiano che ha proprio lo scopo di raccogliere dati e informazioni su come procedere al meglio in questa direzione».

I casi in Italia 

Ogni anno in Italia si registrano oltre 14mila nuovi casi di cancro al pancreas, la maggior parte in persone fra i 60 e gli 80 anni. E i numeri sono in aumento. «Siamo arrivati a delle piccole-grandi conquiste — dice Massimo Falconi, direttore della Chirurgia del pancreas e dei trapianti all’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano —: negli ultimi 20 anni efficacia e sicurezza della chemioterapia sono migliorate grazie all’aumento dei farmaci disponibili e al loro uso in combinazione. Abbiamo capito e dimostrato quale chemio somministrare prima dell’intervento chirurgico e per quanto tempo. Abbiamo dimostrato che l’operazione va fatta solo in centri con determinati requisiti, dove si concentrano più mani esperte, perché lì mortalità e complicanze sono minori. E abbiamo scoperto alcune tipologie di persone più a rischio d’ammalarsi, in modo da poterle “sorvegliare”. Così abbiamo guadagnato mesi di vita». 
«La cura di questa neoplasia è resa complessa da diversi fattori — chiarisce Tortora —: la posizione “nascosta” del pancreas rispetto ad altri organi; la sua vicinanza a grosse vene e arterie che rendono difficile la chirurgia fatto salvo per il 20-30% di casi; la diagnosi iniziale in stadio spesso avanzato di malattia. Poi c’è la scarsa risposta alle cure che devono prevedere un approccio multimodale con chemioterapia, chirurgia laddove possibile, ed eventuale radioterapia».

Terapie e un nuovo protocollo italiano

La chemioterapia ancora oggi è l’arma più importante nell’affrontare un tumore del pancreas e, sostanzialmente, le possibilità di guarigione definitiva dipendono dalla sua capacità di distruggere la malattia «invisibile». 
Proprio su questo fronte uno studio italiano ha recentemente segnato un passo avanti importante indicando con quale tipo di chemioterapia si ottengono i risultati migliori prima dell’intervento chirurgico. Tanto importante da essere stato presentato durante l’ultimo convegno dell’American Society of Clinical Oncology e pubblicato a dicembre 2025 sulla rivista scientifica Lancet.
Lo studio CASSANDRA, coordinato da Michele Reni, primario dell’Oncologia del San Raffaele di Milano e interamente finanziato da cinque associazioni pazienti che hanno unito gli sforzi per sostenerne il costo, ha dimostrato che lo schema PAXG (una combinazione di farmaci chemioterapici) può essere considerato come riferimento per la chemioterapia preoperatoria nei pazienti con tumore operabile ed è oggi lo  standard di cura perché consente di ottenere una sopravvivenza migliore e risposte in un numero più elevato di malati.

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12 marzo 2026 ( modifica il 12 marzo 2026 | 12:22)