di
Francesco Bertolino

I nove Paesi dell’area sono fornitori critici di 30 prodotti indispensabili per industrie come l’agricoltura, le costruzioni e il petrolchimico. India, Cina e Stati Uniti sono gli importatori più a rischio

La guerra in Medio Oriente sta facendo infiammare il prezzo del petrolio, ma mette a serio rischio l’approvvigionamento anche di altre grandi industrie. Secondo un’analisi di Barclays, i nove Paesi dell’area – Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Bahrain, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – sono «fornitori critici» molti altri prodotti indispensabili per settori come la chimica, le costruzioni, l’agricoltura e persino la gioielleria.

Analizzando oltre 1.200 voci, infatti, gli esperti della banca britannica hanno individuato 29 prodotti per cui il Medio Oriente è responsabile di oltre il 10% dei commerci mondiali.



















































La dipendenza dell’India

L’area fornisce per esempio il 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, nonché nell’industria metallurgica. Circa il 99% di questo prodotto è destinato all’India che è uno dei Paesi più esposti alle ricadute della guerra in Iran. È infatti il principale destinatario (53%) anche di alcune miscele di idrocarburi – alchilbenzene e naftalene alchilati – di cui i Paesi mediorientali producono oltre il 30% e che  sono utilizzati per la fabbricazione di plastica e altri derivati petrolchimici. L’India dipende poi fortemente dall’area per l’approvvigionamento di diamanti non incastonati, di cui, in particolare, gli Emirati Arabi sono un fornitore importante (20,4%).

Le forniture alla Cina, zolfo e fertilizzanti

La guerra in Medioriente rischia però di avere un impatto importante anche sull’industria della Cina, che non a caso sta cercando di mediare nel conflitto fra Stati Uniti e Iran. I Paesi del Golfo forniscono circa il 46,8% dello zolfo che è indispensabile per la produzione di fertilizzanti e altri composti chimici per l’agricoltura e va per il 43,9% in Cina. 
Le aziende del Dragone sono poi destinatarie principali dell’export mediorientale di polietilene, cruciale per la produzione della plastica, di fenoli e alchifenoli, impiegati nella chimica. 

Gli altri prodotti mediorientali

Stando alle analisi di Barclays, il Medioriente ha poi quote di mercato importanti nella fornitura di alluminio grezzo (18,4%), ammoniaca (17,2%), cavi in alluminio (16,1%), pelli conciate di pecora e agnello (11,4%), oro grezzo o semilavorato (10,4%). «Oltre all’energia, significative ma meno note esposizioni riguardano la chimica, i materiali di costruzione e manifattura di base», chiosano gli analisti della banca. 

L’aumento dei prezzi

L’eventuale interruzione dei flussi di questi prodotti avrà conseguenze diverse ma comunque dirompenti. In alcuni casi, quando la produzione mediorientale è insostituibile o difficilmente rimpiazzabile nel breve-medio termine, la guerra in Iran potrebbe causare una carenza nelle forniture globali. In altri settori, dove già esistono alternative di approvvigionamento, la crisi potrebbe causare una deviazione dei commerci. In ogni caso, l’eventuale carenza di questi prodotti o la concentrazione della domanda avrà come effetto probabilmente un aumento dei prezzi generalizzato. Il cemento fabbricato in India, i fertilizzanti e le plastiche prodotti in Cina finiscono infatti sui mercati di tutto il mondo. 

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12 marzo 2026 ( modifica il 12 marzo 2026 | 14:29)