di
Samuele Finetti
Trump regala a tutti un paio di scarpe da 145 dollari, le francesine di Florsheim: e tutti si sentono in dovere di indossarle davanti a lui. A rendere imbarazzante la vicenda è un dettaglio sulla misura delle calzature (oltre al fatto che l’azienda che le produce ha fatto causa al governo Usa)
Quando Robert Mueller dirigeva l’Fbi, ha raccontato il suo biografo, il dress code dei funzionari dell’agenzia era rigidissimo. Nonostante non esistesse una regola scritta, tutti si adeguavano alla «divisa» del capo: abito scuro, cravatta tinta unita o al massimo con microfantasia e, soprattutto, camicia bianca immacolata. Pare ci fosse chi, la sera prima di una riunione, usciva di casa per comprarne una nuova di zecca. L’aneddotica racconta che in oltre un decennio – Mueller ha guidato il Bureau dal 2001 al 2013 – solo una manciata di dipendenti si sono azzardati a presentarsi in ufficio con una camicia azzurra o rosa, e che per questo sono stati subito redarguiti (bonariamente) dal direttore. Ma finiva lì.
Donald Trump, come da sua natura, si spinge oltre. La new entry della sua mise standard – abito blu di Brioni, camicia bianca e cravatta in seta dai colori sgargianti, rosso su tutti – sono infatti un paio di francesine di vitello nere da 145 dollari. Che il presidente, scrive il Wall Street Journal, acquista da un marchio americano dalla storia centenaria: Florsheim, fondata a Chicago nel 1892. E poiché le gradisce particolarmente, ha iniziato a regalarle a ministri, parlamentari, amministratori delegati, personaggi più o meno noti che incontra.
L’iter è codificato: il tycoon accoglie l’ospite nello Studio Ovale, chiede quale taglia porti e piazza l’ordine a uno dei suoi assistenti. In una stanza attigua, racconta al Journal una persona evidentemente ben informata, sono impilate le scatole con le paia già assegnate, corredate da biglietti e autografi del presidente in persona.
Sta di fatto che, nelle ultime settimane, le stesse scarpe sono comparse ai piedi di diversi dei suoi fedelissimi (alcuni dei quali si sarebbero lamentati per aver dovuto rinunciare alle calzature di marchi più blasonati): il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, quello alla Difesa Pete Hegseth, quello del Commercio Howard Lutnick, e via discendendo fino ai presentatori di Fox News. Era stato del resto lo stesso Vance, in dicembre, a parlare per la prima volta della nuova «mania» di The Donald. Dopo un incontro nello Studio Ovale, aveva raccontato: «A un certo punto, si è sporto dalla scrivania, ha guardato le mie scarpe e quelle di Marco e ha detto: “Fanno proprio ca..re”». Il presidente ha preso un catalogo Florsheim, lo ha fatto sfogliare ai presenti e ha chiesto loro di che misura gradissero le nuove calzature.
Una domanda che, trattandosi di Trump, ha anche un secondo fine. Stando al resoconto di Vance, infatti, il presidente avrebbe chiosato: «Si capiscono molte cose di un uomo dalla taglia delle sue scarpe».
Sicché Rubio, ad esempio, ha ordinato un 45 e mezzo pur essendo alto 1 metro e 78 (nel 2016, quando Rubio sfidò nelle primarie repubblicane Trump, questi gli affibbiò il nomignolo «Little Marco»). Il risultato lo ha immortalato un fotografo pochi giorni più tardi, nei corridoi del Congresso: le «Trump shoes» ai piedi del segretario di Stato erano del tutto sproporzionate, con due dita di vuoto tra il tallone e la tomaia.
La foto è stata ripescata e pubblicata ieri su Twitter dall’account Derek Guy, un anonimo arbiter elegantiarum che si è guadagnato 1,4 milioni di follower con i suoi post sul vestire classico maschile. E in molti, nei commenti, si sono domandati: possibile che Rubio sopporti una simile scomodità pur di far cosa gradita al presidente?
Di sicuro, invece, c’è che l’amore di Trump per Florsheim non è corrisposto. Anzi. Non solo il proprietario dell’azienda, Thomas Florsheim jr. (quinta generazione), ha negato al Journal di essere a conoscenza degli ordini presidenziali; ma scavando sul web si trova una sfilza di dichiarazioni durissime dello stesso imprenditore contro i dazi voluti dal tycoon. Perché Florsheim produce in Cina – con buona pace dell’«America First» professato da Trump – e ha dovuto quindi vedersela con le tariffe, arrivate fino al 145%: «Abbiamo dovuto alzare i prezzi, a un certo punto i dazi ci costavano più delle scarpe», spiegava in un’intervista, aggiungendo che l’azienda aveva dovuto «correre» per importare un milione di paia prima dell’aumento dei prezzi. Neppure il tentativo di spostare la produzione in India aveva mitigato la batosta, visto che anche New Delhi è stata colpita dalla misura economica.
Così, in dicembre, l’azienda ha fatto causa al governo federale, scommettendo che la Corte suprema avrebbe bocciato i dazi. Cosa che è effettivamente accaduta il 20 febbraio. Florsheim ha anche quantificato il salasso subito a causa delle tariffe: 16 milioni di dollari. E li ha chiesti in risarcimento. Con gli interessi.
12 marzo 2026 ( modifica il 12 marzo 2026 | 16:43)
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