di
Francesco Bertolino
Trump ha ammesso candidamente: «Se il petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi». Cosa significa la guerra per l’America, primo produttore mondiale. E quanto vale anche l’aumento del prezzo del gas per il Gnl americano
«Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi». Donald Trump lo ha ammesso con candore: la fiammata dei prezzi del greggio farà guadagnare l’America. Ma la crescita dei prezzi del gas potrebbe renderla ancora più ricca.
Il boom del fracking americano
Grazie al boom del fracking, a partire dal 2015 le esportazioni statunitensi di petrolio sono aumentate di 10 volte, arrivando a 4 milioni di barili al giorno. Circa 1,5 milioni di questi barili vanno a finire nelle raffinerie asiatiche e australiane, mentre 1,8 milioni sono diretti all’Europa. Per ridurre la dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, i Paesi Ue hanno aumentato di molto gli acquisti di greggio americano. Oggi il petrolio americano copre circa il 15% delle importazioni europee e nel 2024 è costato circa 42 miliardi di euro. Con l’aumento delle quotazioni del barile – che ormai veleggia verso i 100 dollari – questa somma è destinata ad aumentare non solo perché lo stesso quantitativo di greggio costerà di più, ma anche perché la riduzione delle forniture dal Medioriente potrebbe spingere i Paesi europei a rivolgersi di più alle aziende americane per gli approvvigionamenti.
Il rialzo delle major in Borsa
L’affermazione di Trump è quindi fondata e confermata anche dalla Borsa. Dall’inizio dell’anno, complice il blitz americano in Venezuela, i titoli delle grandi compagnie petrolifere statunitensi hanno registrato rialzi significativi a Wall Street: ExxonMobil è salita del 26%, Chevron del 27%, ConocoPhillips del 24%. Queste major hanno da guadagnare dal rialzo del prezzo del petrolio in sé, ovviamente. Ma anche perché l’estrazione del greggio attraverso il fracking diventa economicamente conveniente quando le quotazioni del barile superano i 60-70 dollari. Come è ora e come, invece, non era prima dello scoppio della guerra in Iran.
Lo stop al gas qatarino
Gli Stati Uniti potranno però soprattutto trarre lauti profitti dall’aumento del prezzo del gas che, seppur lontano dai picchi toccati dal petrolio, è cresciuto molto dall’attacco israelo-americano del 28 febbraio. La chiusura dello stretto di Hormuz e le incursioni iraniane sulle infrastrutture energetiche hanno infatti tolto dal mercato un rilevantissimo fornitore di gas naturale liquefatto: il Qatar, che vale un quinto dell’offerta globale di Gnl. I prezzi del gas sono immediatamente schizzati verso l’alto in Asia e in Europa. Stando alle stime della società specializzata Energy Flux, il margine di profitto di un singolo cargo di Gnl consegnato in Europa è passato in pochi giorni da 25 a 50 milioni di dollari: è cioè raddoppiato. E, sempre dopo l’invasione russa dell’Ucraina, gli Stati Uniti sono diventati il secondo fornitore di gas all’Ue dopo la Norvegia, responsabili per oltre un quarto delle importazioni.
Gli extra-profitti del gnl
Sulla base di questi prezzi, Energy Flux calcola che gli esportatori e i trader di gas naturale liquefatto americano potranno accumulare 870 milioni di margini aggiuntivi alla settimana. Ma la somma potrà aumentare notevolmente se la guerra dovesse prolungarsi e, quindi, il prezzo del gas aumentare per la competizione accanita fra i Paesi del mondo per gli approvvigionamenti. Se il blocco delle forniture dal Qatar dovesse durare fino all’estate, gli extra-profitti per le aziende del Gnl americano potrebbero arrivare ai 20 miliardi al mese, salendo a oltre 33 miliardi in quattro mesi, a 108 miliardi in otto mesi e in 170 miliardi nello scenario estremo di un anno di blocco. Per mettere i dati in prospettiva, conclude Energy Flux, la crisi energetica scatenata dallo stop al gas russo nel 2021-22 ha consentito ai produttori di Gnl americano di aumentare i loro utili «solo» di 84 miliardi in 12 mesi.
L’impatto sull’energia Usa
Trump ha insomma ragione: il boom del petrolio – e del gas – conviene ai produttori americani che potrebbero incassare profitti record con la guerra. Certo, è tutto da vedere se la fiammata degli idrocarburi converrà anche alle imprese e alle famiglie americane. Poiché il mercato di greggio e gas è globale, l’aumento dei prezzi si avvertirà, anzi si sta già avvertendo anche negli Stati Uniti, dove il prezzo delle benzina ha toccato i 3,50 dollari al gallone, ai massimi dal maggio 2024, e dove le bollette per l’energia stanno salendo anche a causa del boom di consumi da parte dei data center per l’intelligenza artificiale. Non un buon viatico per le elezioni di mid-term.
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12 marzo 2026 ( modifica il 12 marzo 2026 | 18:47)
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