di
Lorenzo Cremonesi

Il comandante dei soldati italiani a Erbil, nel Kurdistan iracheno: «C’è stato il tempo di ripararsi»

«Siamo in una situazione di crisi scatenata dalla guerra tra Israele e Stati Uniti da una parte, contro l’Iran dall’altra. Noi del contingente internazionale e dunque anche gli italiani siamo in mezzo. Dall’inizio delle ostilità, il 28 febbraio scorso, quindi tutti i soldati del contingente sono a rischio sul territorio iracheno. Comunque siamo preparati, noi soldati siamo attrezzati per salvaguardare le vite umane, che è la cosa più importante», ci dice il colonnello Stefano Pizzotti, che comanda il contingente italiano per la missione Prima Parthica a Erbil. 

Lo abbiamo contattato ieri mattina mentre ancora lui e i suoi uomini erano in allarme per l’eventualità di nuovi attacchi. L’accesso alla zona della base presso l’aeroporto internazionale, muro a muro con quella del contingente americano, resta vietato ai giornalisti e lo scalo civile è chiuso.



















































Come procedete?
«Appena viene prospettata una minaccia aerea si procede con l’allarme bunker e si corre ai ricoveri. Noi crediamo di essere stati colpiti da un drone la scorsa notte, la cosa va ancora confermata ufficialmente dagli esperti».

Conferma che è il primo drone che colpisce direttamente la base italiana dall’inizio della guerra, mentre tutti gli attacchi precedenti erano stati intercettati dalle contraeree?
«È certamente il primo drone caduto intero sul nostro campo. Ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono persone colpite. Però altri droni sono caduti all’interno del perimetro delle truppe internazionali a Erbil negli scorsi giorni. Questo per dire che i sistemi di difesa funzionano bene, ma non sono infallibili, specie quando arrivano diversi attacchi contemporaneamente».

Come avvenuto?
«L’attacco è stato a mezzanotte e quaranta locale. L’allarme era scattato già alle 20.30. Da allora siamo stati in contatto costante col ministro della Difesa Guido Crosetto e il capo di Stato maggiore, generale Luciano Portolano».

A suo giudizio, è stato un attacco in particolare al contingente americano, che bombarda in Iran e negli ultimi due giorni anche le milizie sciita estremiste in Iraq, oppure un raid mirato specificamente contro gli italiani?
«Questo non lo so dire. È comunque ovvio che i raid delle forze di Teheran e delle milizie filo-iraniane in Iraq sono mirati contro gli statunitensi. Non è quindi da escludere che possano anche colpire gli altri contingenti. Noi siamo comunque una forza di coalizione assieme agli statunitensi».

In genere con quanto anticipo vi allertano di possibili raid?
«Noi siamo allertati tutti i giorni tenendo conto del sistema di difesa unificato della base, che non differenzia tra i vari contingenti presenti. I radar ci segnalano gli arrivi delle minacce dal cielo».

Però voi eravate pronti vero?
«Certo, il segnale della minaccia arriva presto e ci garantisce il tempo sufficiente per andare nei bunker, con procedure ben rodate cui si risponde in automatico, come del resto è avvenuto anche questa volta».

E oggi (ieri per chi legge, ndr) siete ancora in allarme?
«Cambia di poco, come tutti i giorni siamo pronti».

Quanti razzi o droni vi hanno sparato contro dall’inizio della guerra?
«Non sono in possesso di quest’informazione».

I militari curdi affermano che siete stati attaccati dalle milizie sciite irachene, può confermarlo?
«Sappiamo che la minaccia arriva sia dall’Iran che dalle milizie sciite locali. Però al momento non siamo in grado di distinguerle».

Qualche tempo fa eravate meno di 400, poco più di 300 a Erbil e un’ottantina a Solimanye. E’ ancora così?
«No, siamo di meno. E comunque Solimanye non è una base permanente, viene attivata soltanto quando da qui mandiamo nostre unità in missione sulla base di attività concordate con i responsabili dei Peshmerga locali».

12 marzo 2026