di
Virginia Piccolillo

La premier a Milano all’evento per il Sì: «Non abbiate paura. Questo è un voto contro le caste»

Ecco «Giorgia». La leader di partito e di governo che rassicura: «Non abbiate paura. Votate contro le caste. Scrivete il vostro futuro». Che denuncia «allarmismi e menzogne sulla riforma». Ma mette in guardia: «Se stavolta non passa ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini». E ancora «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà. Antagonisti che devastano senza alcuna conseguenza giudiziaria», fino ad arrivare a «figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco». E infine fa appello ai sostenitori della riforma a «non voltarsi dall’altra parte e spendere 5 minuti per mettere la croce sul Sì». Ma anche ai suoi detrattori: «Non c’è alcuna possibilità che mi dimetta. Quindi se condividete la riforma votate Sì, altrimenti vi terrete questo governo e anche la giustizia che non funziona».

La premier sul palco del Teatro Franco Parenti, dove non c’è alcun simbolo di FdI, cerca di tornare alla puntata precedente. Quella del video di 13 minuti nel quale spiegava la riforma nel merito, oscurato in tempo reale dal caso Bartolozzi: la capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che in un’intervista ha invitato a votare sì per «liberarci» di quella magistratura che si fa «plotone di esecuzione». Meloni scandisce: «Voglio essere molto chiara. Noi non vogliamo liberarci della magistratura». Anzi. Ritorce l’accusa contro il fronte del No: «Loro vogliono controllare la magistratura, per questo difendono lo status quo con le unghie e con i denti». 



















































Il controllo della politica sulla magistratura «c’è ora», denuncia. Sottolineando la «logica spartitoria» con cui vengono scelti i membri laici del Csm: «A te ne spetta uno, a te due». E censurando l’«appartenenza alle correnti che vale più del merito» nella selezione dei membri togati ad opera di correnti, dice, che riflettono appartenenze «ideologiche». La riforma, assicura Meloni, vuole recidere questo cordone.

E a riprova annuncia una novità. In caso di vittoria del Sì, proporrà una norma contro le porte-girevoli tra politica e Csm: «Una norma da inserire nei decreti attuativi che prevederà qualche anno di compensazione prima di passare da incarichi politici agli organi di autogoverno della magistratura».
Ne aveva parlato anche il sottosegretario Alfredo Mantovano a Start di Skytg24: «Giuseppe Conte sostiene che con la riforma aumenterebbe la componente politica negli organi di autogoverno. Non risulta però che abbia mai espresso preoccupazioni perché, per decenni, vicepresidenti del Csm siano spesso transitati direttamente dal Parlamento o dal governo al vertice del Consiglio. Forse perché, pur degnissime persone, quasi tutti provenivano da partiti di sinistra?».

Al Teatro Parenti l’intero stato maggiore di FdI. Incluso Giovanni Donzelli che, a margine, al sindaco Beppe Sala, critico con Meloni perché «a Milano si vede poco per appuntamenti più istituzionali», manda a dire: «Fa bene la premier, meno la turista». Il presidente del Senato, Ignazio La Russa infiamma la platea rivendicando: «Se qualcuno pensa che la destra sia mangia-magistrati non ha capito la nostra storia, è esattamente l’opposto». E punta il dito contro chi ha fatto «diventare eroi alcuni magistrati solo dopo morti. Come Falcone che da vivo non è stato promosso superprocuratore». Prima di invitare l’«enorme maggioranza silenziosa» dei magistrati a prendere posizione senza remore in favore del Sì. Il ministro Nordio promette meno errori giudiziari: «Sono fisiologici, per questo tutte le nazioni prevedono secondo e terzo grado di giudizio. Ma ci sono anche errori gravi, inescusabili, che restano impuniti perché la giustizia è domestica».

Ma è Giorgia Meloni a tornare sul merito:
«Chi fa bene merita di essere valorizzato e non di restare al palo perché non aveva le amicizie giuste». Quindi l’affondo contro l’Anm: «Non devo ricordare io quante volte gli sforzi concreti per riformare la giustizia sono naufragati a causa dell’interdizione dei vertici dell’Anm o di gruppi di magistrati che avevano grande notorietà mediatica».

12 marzo 2026 ( modifica il 12 marzo 2026 | 23:19)