di
Vera Martinella
Giampaolo Tortora, direttore dell’Oncologia al Gemelli di Roma: «È riuscita a superare l’aspetto drammatico, con ironia e fiducia nei medici. Un dialogo aperto e chiaro con la figlia e gli amici aiuta sempre tantissimo»
Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer Center e dell’Unità di Oncologia Medica della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS di Roma è fra i maggiori esperti italiani sul tumore del pancreas ed è a lui che si è rivolta Enrica Bonaccorti quando ha scoperto di essere malata.
Quando gli chiediamo questa intervista, che rilascia in esclusiva al Corriere, accetta con una premessa: «Ho avuto la fortuna di conoscere una persona splendida, in una circostanza molto sfortunata. Una persona circondata da affetti veri e caldi, anche personaggi noti, che sono stati amici veri e le sono stati accanto nel migliore dei modi possibili. Spero che raccontare qualcosa della signora Bonaccorti come paziente possa essere di sostegno alle migliaia di persone che come lei si trovano a dover affrontare una malattia che è ancora oggi così difficile da curare».
Che paziente è stata Enrica Bonaccorti?
«Eccellente. Ho conosciuto una donna con moltissime qualità, un concentrato di intelligenza, grazia, eleganza, con uno sguardo profondo sull’esistenza. Doti che ha sfruttato nel suo percorso oncologico.
Ogni persona affronta la malattia a modo proprio. Lei lo ha fatto in maniera ottimale».
In che senso?
«È riuscita a superare l’aspetto drammatico, il dolore, la paura. Che ci sono e non potrebbe essere diversamente. Ma essendo una persona dotata di grande classe, ironia e di senso dell’umorismo, è stata capace di continuare a vivere, ridere, fare battute. In questo senso spero che il suo esempio possa essere utile ad altri».
Non ha perso la fiducia neppure quando ha capito che non c’erano più possibilità di guarire?
«Ha avuto sempre fiducia in noi medici, nella scienza, nelle terapie che le abbiamo proposto. Anche questo è un atteggiamento che aiuta molto, ancor di più quando le cose vanno male. Non è affatto semplice capire che si è fatto tutto il meglio, ma che non ha funzionato. Se si riesce ad accettarlo con serenità, però, si può godere al meglio il tempo che resta».
Che la situazione non fosse delle migliori è stato chiaro fin dall’inizio?
«Come accade nella maggior parte dei casi di cancro al pancreas, purtroppo, il tumore non era operabile alla diagnosi, era in uno stadio localmente avanzato. Abbiamo usato le migliori terapie standard, una combinazione di chemio e radioterapia, sperando di farlo regredire e poter tentare un intervento chirurgico, ma non ci siamo riusciti. Ci sono state delle complicanze e non è stato possibile operare, né fare altri trattamenti».
Questo è sempre un momento drammatico, per i malati, i familiari e per voi che dovete comunicare che «non c’è più nulla da fare»…
«C’è sempre qualcosa da proporre ed è cruciale non far sentire il paziente e i suoi cari abbandonati. Quando non si può guarire, quando non ci sono ulteriori terapie da proporre, c’è la terapia del dolore (preziosissima) e tutte quelle cure palliative che aiutano le persone ad avvicinarsi al fine vita nel migliore dei modi possibili. A casa o in un hospice».
Come ha reagito la signora Bonaccorti?
«È stata consapevole dal primo momento che era una situazione complicata. Ha avuto fiducia, ha sperato, ha accettato l’evoluzione degli eventi con serenità. Parlare chiaro con i medici, i familiari, con chi ti sta accanto, aiuta. La figlia Verdiana, i suoi amici, tutti hanno nuotato nella stessa direzione, in sintonia pur nella tempesta. E questo è di grande sostegno per tutti, sia durante le fasi finali della malattia che dopo, per chi resta».
Quindi parlare chiaro serve?
«Sempre. Favorisce un clima disteso, contribuisce a far diminuire l’angoscia. La sofferenza c’è sempre, ma un dialogo aperto porta serenità. Mentre i silenzi, i segreti, le bugie (anche a fin di bene) complicano le cose per tutti».
Anche quando si parla di persone famose?
«Di volti noti ne ho conosciuti diversi. La maggior parte, comprensibilmente, non vuol rendere nota la propria malattia. Quando la signora Bonaccorti mi ha detto: “Vado in tivù, lo dico a tutti” ero perplesso, preoccupato. Anche in questa occasione si è dimostrata una persona intelligentissima, di immenso garbo ed ha fatto la scelta giusta per sé. Mi ha raccontato, felice: “Dirlo mi ha fatto bene. Ho provato un senso di liberazione bellissimo. E il calore, l’affetto, che ho ricevuto da amici, colleghi, dal pubblico è stato splendido. Come una dolce medicina per l’anima».
Hai un dubbio o un quesito medico?
I nostri medici e specialisti rispondo ai tuoi quesiti su temi sanitari
13 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Hai un dubbio o un quesito medico?
I nostri medici e specialisti rispondo ai tuoi quesiti su temi sanitari