di
Alfio Sciacca

Ex numero tre del Sisde negli anni più violenti della guerra di mafia a Palermo, è stato al centro di una vicenda giudiziaria controversa

È stato accusato di aver tradito i giudici quel pool antimafia di Palermo con il quale collaborava come funzionario di polizia. Sospettato persino di essere stato in Via D’Amelio il giorno in cui venivano uccisi Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. Accuse che lui ha sempre respinto con sdegno. Con Bruno Contrada, ex funzionario di polizia ed ex numero tre del Sisde, morto venerdì mattina a 94 anni, scompare una delle figure più controverse di quella terra di mezzo tra mafia ed antimafia. 

Arrestato alla vigilia di Natale del 1992, lo stesso anno delle stragi di mafia in cui furono uccisi  Falcone e Borsellino, finì sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa.  In primo grado venne condannato a 10 anni di carcere e poi assolto in appello. Ma la Cassazione decide rinviare nuovamente il processo a Palermo, dove viene confermata la condanna a 10 anni. Contrada finisce prima in carcere, poi ai domiciliari fino al 2012. 



















































Sentenze e condanne alle quali l’ex agente segreto continuò ad opporsi con forza. Ad ogni intervista ripeteva: «Continuo ad avere fiducia nello Stato, ma rivoglio l’onore che mi è stato tolto». Non si arrese mai. Fece ricorso alla Corte di Strasburgo per i diritti umani. E qui l’Italia venne condannata due volte: nel febbraio 2014 perché il detenuto non doveva stare in carcere quando chiese i domiciliari per le sue condizioni di salute e poi perché l’ex poliziotto non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa in quanto, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non «era sufficientemente chiaro».  

Dopo un’altra lunga battaglia giudiziaria la prima sezione della Corte d’Appello di Palermo, ribaltando la decisione della seconda sezione, dopo l’annullamento con rinvio da parte della Corte di Cassazione, accolse anche la domanda di Contrada di riparazione per ingiusta detenzione riducendo l’entità dell’indennizzo a 285.342 euro. Sentenza confermata dalla Cassazione nel 2023. 

In un’intervista concessa dopo la revoca della condanna aveva spiegato che  «l’accanimento giudiziario» nei suoi confronti era figlio di quella stagione e dell’ansia di uno Stato che non sapeva come rispondere al violento attacco di Cosa nostra. «Si sono superate spesso le regole di un normale stato di diritto che è basato sulle libertà fondamentali dell’individuo – aveva argomentato-. Per avere la fretta di ottenere dei risultati dopo le due stragi mafiose di Capaci e Via D’Amelio, si sono commessi gravi errori. Non solo nel mio caso, ma pensi anche al processo Borsellino che è stato rifatto completamente».

E più di recente, due anni fa, così rispondeva all’Adnkronos parlando del suo «calvario giudiziario». «Io ho 92 anni e non penso che mi resti ancora molto da vivere, ma non aspetto la morte con timore o paura. E sa perché? Perché io sono già morto dentro, quella mattina del 24 dicembre del 1992. Quando una decina di uomini della Dia vennero ad arrestarmi a casa mia, davanti a mia moglie Adriana e a mio figlio poliziotto». 

13 marzo 2026 ( modifica il 13 marzo 2026 | 09:57)