di
Mario Platero

Un giudice federale boccia la richiesta di portare Powell davanti a un Gran Giurì, mentre in Senato i repubblicani si rifiutano di dare il via alla nomina di Warsh finché non sarà terminato il procedimento contro l’attuale capo della Fed. Il tutto mentre l’andamento dell’economia e la guerra in Iran minacciano di frenare da subito il taglio dei tassi che Donald insegue

NEW YORK – Per Donald Trump non c’è pace sul fronte Banca Centrale: il suo attacco al Presidente della Fed Jerome Powell per il controllo dei tassi di interesse si è trasformato in una cocente sconfitta personale che potrebbe persino ritardare la nomina della sua scelta per la successione, Kevin Warsh. Un altro esempio di come questo Presidente, a volte ostinato su questioni di principio personale prive di senso e di logica, soffra di conseguenze autodistruttive. Ma veniamo ai fatti.

Ieri notte un giudice federale a Washington, James E. Boasberg, ha bloccato la richiesta di far apparire il Presidente della Federal Reserve Jerome Powell davanti a un Gran Giurì e di ottenere documenti riservati della Banca Centrale, come voleva il dipartimento per la Giustizia, e ha deriso l’operato del procuratore generale di Washington che su ordine del Presidente aveva incriminato Jerome Powell. In una sentenza di 27 pagine Boasberg ha umiliato la Casa Bianca con frasi come: «Esistono prove abbondanti del fatto che lo scopo principale (se non l’unico) delle citazioni in giudizio di Jerome Powell sia quello di aggredire e fare pressione su Powell affinché o si pieghi al Presidente (per ridurre i tassi di interesse ndr) o si dimetta per lasciare il posto a un Presidente della Fed disposto a farlo. Il governo inoltre non ha fornito alcuna prova che Powell abbia commesso un reato, se non quello di aver scontentato il presidente». La litania negativa continua appunto per 27 pagine costruite con severi riferimenti giuridici.

Il paradosso in tutto questo è che per Trump questa sentenza poteva essere una via d’uscita da una imbarazzante situazione di stallo con il Senato che bloccava la nomina di Kevin Warsh sua scelta per la guida della Fed. Invece cosa ha deciso di fare? Di ricorrere all’appello, esponendosi non solo – di nuovo – a un isolamento politico, ma mettendo appunto a rischio la conferma di Warsh, la cui nomina è stata presentata formalmente il 4 marzo scorso. Il problema per Trump è che, quando l’ha ricevuta, il senatore repubblicano Tom Tillis, presidente della Commissione Bancaria al Senato, ha annunciato di aver bloccato il processo di nomina e le audizioni di Warsh fino a quando il Dipartimento per la Giustizia continuerà con la sua indagine penale sul presidente della Fed Jerome Powell per presunti abusi d’ufficio, corruzione e negligenza nell’autorizzare certi lavori di rinnovo per la sede della Federal Reserve. 

Le parole del compagno di partito di Trump sono altrettanto dure nei suoi confronti, leggiamole: «Come si ricorderà Powell fu incriminato dall’amministrazione Trump sulla base di una testimonianza resa in commissione che nessuna persona ragionevole potrebbe interpretare come espressione di un intento criminale» ha scritto a corredo della sua decisione il Senatore Tillis. Per poi aggiungere sempre ieri: «La tutela dell’indipendenza della Federal Reserve da interferenze politiche o intimidazioni legali non è negoziabile… mi opporrò alla conferma di qualsiasi candidato alla Federal Reserve, compresa la carica di presidente, fino a quando l’indagine del Dipartimento di Giustizia sul presidente Powell non sarà risolta in modo completo e trasparente». Ma Trump resiste e continua una battaglia ormai inutile.
 
Tillis non ha mai messo in dubbio che Warsh abbia le giuste qualifiche, ma per una volta un repubblicano importante seguito da altri compagni di partito ha avuto il coraggio di opporsi a un presidente che ama decidere in modo unilaterale e diciamolo, in questo caso davvero sbagliato e anche controproducente per lui, perché appare semplicemente vendicativo e intimidatorio, come ha ricordato il giudice Boasberg, senza che via sia alcuna sostanza per le accuse contro Powell. 



















































Cosa succederà dunque il 15 maggio quando il mandato di Powell terminera’? Non è chiaro. E non è chiaro se Powell deciderà di lasciare il suo seggio in consiglio, con scadenza diversa rispetto alla carica di Presidente, nel 2028. Insomma un quadro da incubo per la Casa Bianca, tanto piu’ che ora, con la guerra in Iran, persino Warsh potrebbe scegliere di non ridurre i tassi di interesse.

Veniamo dunque all’altro punto chiave di questi giorni in materia di Banca Centrale: tra ieri e oggi, le grandi banche americane e i «Fed Watcher» in genere, si chiedevano con crescente interesse (e insistenza) se Warsh potrà mantenere davvero la promessa implicita fatta al Presidente Trump e tagliare i tassi di interesse addirittura di 50 punti base già agli incontri del 16-17 giugno del FOMC. I dati più recenti infatti non sono ancora rassicuranti e la guerra in Iran che ha portato alle stelle il prezzo del greggio, avrà certamente conseguenze sui prezzi. 

La risposta di tutti, a partire da Goldman Sachs e con pochissime eccezioni è che Warsh potrebbe rimandare. A meno di un rischioso compromesso ideologico, dovrà probabilmente aspettare fino a settembre per capire meglio quale sarà stato l’impatto della guerra sull’economia americana e su quella globale in genere.

Ed ecco che per Trump si prospetta un’altra brutta figura, visto che, fino all’ultimo minuto prima dell’attacco all’Iran, continuava a dire che il suo candidato avrebbe ridotto i tassi subito

Warsh era sicuramente il cavallo giusto: pur essendo un avvocato ha una preparazione economica molto buona e ha lavorato per alcuni anni nel consiglio della Fed di cui conosce tutto o quasi. La sua tesi, innovativa e certamente credibile, è che l’intelligenza artificiale avrà importanti conseguenze deflazioniste. Per questo aveva anche attaccato l’attuale consiglio della Fed guidato da Powell accusandolo di aver assunto un atteggiamento miope, ossessionato da un’inflazione vecchio stile, senza tenere in considerazione il forte impatto che l’IA avrà sulla produttività aziendale e sul contenimento dei costi salariali per le aziende. Secondo Warsh si tratta di un impatto dinamico e progressivo che poteva essere scontato già molti mesi fa, anche se i dati sull’inflazione presentavano ancora alcuni elementi di incertezza. Powell però, più pragmatico e concreto, è stato meno incline a farsi abbagliare da prospettive possibili, ma non ancora verificate.
   
Ed eccoci alla natura del problema come lo viviamo oggi: il tasso di inflazione per febbraio, di qualche giorno fa, resta ancorato al 2,4%. Meglio del 2,7% di dicembre, ma pur sempre al di sopra dell’obiettivo del 2%. Ha inoltre mostrato nell’ultimo dato segnali di peggioramento sul fronte energetico prima ancora dell’attacco americano e israeliano contro l’Iran, con un rialzo generalizzato dello 0,5% dei prezzi, contro una diminuzione dello 0,1% in gennaio. Alcune variazioni sono stagionali, abbiamo avuto un inverno freddissimo, soprattutto in febbraio e questo spiega un aumento del costo del gasolio da riscaldamento del 6,2% contro una diminuzione del 4,2% in gennaio, il gas naturale è aumentato del 10,9% in febbraio contro un aumento del 9,8% in marzo e il costo del carburante ai distributori è diminuito in febbraio meno di quel che ha fatto in marzo, del 5,6% contro una diminuzione del 7,5%. Un quadro non preoccupante se in marzo non avessimo avuto la guerra in Iran che ha paralizzato il 20% del greggio disponibile a livello mondiale e fatto fare un balzo medio di circa il 35% del costo del greggio. 

Se si trattasse di una questione di un paio di settimane non sarebbe gran cosa, ma visto che la guerra continua, l’impatto di questi aumenti lascerà il segno non solo alle pompe di benzina e nelle tasche del consumatore americano, ma anche in settori importanti dell’economia, quello immobiliare, quello finanziario, quello agricolo e più in generale delle materie prime, dei trasporti etc. La ricaduta degli aumenti dei prezzi del carburante dunque avrà una ramificazione più vasta e non solo in America ma su scala globale. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia ci stiamo confrontando addirittura con la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale. Un’esagerazione? Forse, ma sul piano pratico solo ai primi di aprile potremo vedere l’impatto vero della guerra sull’inflazione in marzo e il dato di aprile potrebbe essere ancora più illuminante se la guerra continuerà. 

Dobbiamo aggiungere che Warsh è un falco contro l’inflazione, difficilmente potrà riconciliare l’impatto atteso dell’IA sull’inflazione in presenza di dati che oggettivamente potrebbero essere molto preoccupanti. Si confronterà inoltre con un consiglio che ancora non controlla al 100%. Altri dicono che invece Warsh andrà dritto come un treno, per rispettare prima di tutto la sua coerenza economica: «A volte occorre il coraggio di prendere decisioni controcorrente e contro un’evidenza fuorviante» aveva detto qualche settimana fa. In effetti ci sono un paio di dati che fanno da contrappeso: l’occupazione si è indebolita in febbraio e il tasso di crescita per il quarto trimestre è aumentato soltanto dello 0,7% contro un aumento del 4,4% per il terzo trimestre. Per l’intero 2025 il tasso di crescita americano è stato dunque del 2,1%. 

Vedremo se questi altri dati, altrettanto concreti, potranno aiutare Warsh a ponderare quelli sull’inflazione. Soprattutto vedremo se il presidente Trump assediato dai giudici, da suoi compagni di partito, dall’opposizione democratica e dall’opinione pubblica, convinta che Powell abbia solo tutelato l’interesse della Nazione, si renderà conto che con l’autonomia della istituzioni e con la separazione dei poteri è meglio non scherzare.

13 marzo 2026 ( modifica il 14 marzo 2026 | 08:21)