Quando Marck Art dipinge lo fa come chi sta traducendo qualcosa che ha visto altrove. Nelle sue tele compaiono figure sospese che sembrano attraversare il confine tra ciò che esiste realmente e ciò che popola i sogni. Sarà perché la sua pittura è il riflesso di una biografia in cui emarginazione e sofferenza si intrecciano ad esperienze di luce e resilienza.

Un drammatico equivoco che segna un’intera infanzia

Ma partiamo dal principio. La storia di Marco Urso comincia a Favara, in Sicilia. Per anni viene considerato un bambino con deficit cognitivi. A scuola fatica a seguire le lezioni, resta indietro, diventa persino bersaglio di scherno. Nessuno si accorge che la ragione del suo rapportarsi al mondo che lo circonda non ha niente a che vedere con la sfera cognitiva: Marco non sente. La sua sordità profonda rimane a lungo senza diagnosi, e il silenzio in cui è costretto a vivere rappresenta una barriera tra lui e il resto del mondo. Su questo drammatico equivoco si basa la sua intera infanzia. Eppure proprio dentro quel silenzio si formano i primi strumenti con cui Marco imparerà a raccontarsi. Da ragazzo riesce persino ad avvicinarsi al pianoforte, come se le vibrazioni potessero sostituire i suoni che non ha mai conosciuto davvero.

Il punto di svolta sulla soglia della morte

Ma il punto di svolta arriva anni dopo, quando un coma lo porta sulla soglia della morte. Al risveglio racconta di aver parlato con gli angeli. È un episodio che molti ascoltano con scetticismo, ma che per lui diventa una chiamata, un invito ad agire e ad iniziare a dipingere.

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Da quel momento le tele diventano il luogo in cui prende forma un immaginario visionario e potentemente simbolico, che attirerà l’attenzione di critici e collezionisti fino a trasformarlo in un artista apprezzato ben oltre i confini italiani. Oggi Marck Art vive tra Palermo e New York City, mentre la sua parabola creativa è raccontata anche nel libro L’arte della salvezza, firmato dal giornalista Carmelo Sardo.

Nel 2025 un’altra tappa decisiva segna il suo percorso: l’impianto cocleare ricevuto a Siena presso l’Ospedale Le Scotte, grazie all’équipe guidata dal professor Marco Mandalà e a una tecnologia robotica d’avanguardia. Per la prima volta, dopo una vita trascorsa nel silenzio, Marco inizia a incontrare davvero il mondo dei suoni. Venerdì 28 febbraio Mark Art è stato tra i protagonisti del concerto Sound Sensation al Teatro dei Rozzi, alla vigilia della Giornata Mondiale dell’Udito. Un appuntamento che riunisce artisti con impianto cocleare.

Signor Urso, per anni è stato considerato un bambino con deficit cognitivi, quando in realtà aveva una sordità profonda non diagnosticata. Che cosa le ha tolto quell’errore e, soprattutto, che cosa le ha insegnato sul modo in cui la società guarda (e giudica) la diversità?

“Quell’errore mi ha ferito, perché crescere con un’identità sbagliata addosso pesa. Ma la fede mi ha insegnato a trasformare il dolore in un passaggio, non in una prigione. Ho capito che anche le ombre possono guidarti, se impari a guardarle con gli occhi giusti. La società spesso teme ciò che non comprende, è un riflesso umano. Ma oggi vedo un cambiamento: la diversità non è più solo un limite, è un linguaggio. È il modo in cui ognuno di noi porta nel mondo la propria luce, anche quando nasce da una ferita. Forse è da lì che nasce il mio rapporto con gli angeli: dalla consapevolezza che, proprio nelle fragilità, si nasconde una forma di grazia che può diventare arte”.

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Lei ha imparato a suonare il pianoforte da autodidatta, fino al Conservatorio di Palermo, pur vivendo in una condizione di isolamento sonoro e sociale. Che rapporto ha oggi con il “silenzio”? È stato un limite o un rifugio?

“Il silenzio, per molti, è un’assenza. Per me è stato il luogo in cui sono cresciuto e ho imparato a percepire il mondo in un modo diverso. Quando studiavo pianoforte, quel silenzio non era un limite: era un ascolto interiore che oggi continua a nutrire la mia arte, anche se non suono più. È vero, il silenzio mi ha protetto solo in parte. Le cattiverie le vivevo comunque, ma almeno ne percepivo meno il peso. E in quella distanza ho imparato che non tutto ciò che ferisce deve definire chi siamo. Non racconto questo per cercare compassione: la mia storia vuole essere un segno di speranza per chi si sente fuori posto o intrappolato in un destino che non ha scelto”.

Dopo il coma del 2006, lei racconta di aver ricevuto una chiamata alla pittura e di aver lasciato definitivamente la musica per dedicarsi ai colori. Le sue opere parlano di malattia, sofferenza e rinascita: l’arte per lei è terapia, missione o responsabilità civile?

“La mia arte è la missione che gli angeli mi hanno affidato quando sono tornato dal coma. È il motivo per cui quel giorno non sono rimasto ai piedi del fiume Giordano con le anime che ho visto. Da allora non mi chiedo più “perché proprio io”. So soltanto che sono stati loro a trasformarmi, a guidare le mie mani, a rendermi un artista quando io non sapevo nemmeno come si impugnasse un pennello. A volte il dubbio torna, ma svanisce subito: non devo capire, devo servire. La mia responsabilità è dare voce, attraverso i colori, a ciò che ho visto e sentito oltre la soglia. Raccontare la sofferenza, la malattia, la rinascita. Questa non è solo arte: è la mia missione, il mio compito, il mio atto di gratitudine verso la grazia che mi ha riportato indietro”.

Nel 2025 ha ricevuto un impianto cocleare bilaterale e oggi partecipa a “Sound Sensation”. Cosa ha significato “sentire” in modo nuovo dopo una vita di sordità?

“Ricevere l’impianto cocleare è stato l’inizio di un capitolo nuovo e inatteso della mia vita. Dopo una vita di silenzio, sentire la voce delle persone che amo e i suoni del mondo è stato come ricevere un dono che non avevo più il coraggio di aspettare. Mi ero rassegnato alla sordità, l’avevo accolta come parte del mio destino, e proprio per questo questa possibilità è arrivata come una grazia. Oggi ascoltare il mondo è un’esperienza completamente nuova: ogni suono è una scoperta, un’emozione, un invito a vivere con ancora più gratitudine. È come se la vita mi avesse restituito un senso che credevo perduto, e io cerco di accoglierlo con lo stupore di chi sa che nulla è scontato”.

Dalla Sicilia a New York, passando per il bullismo e l’emarginazione, fino al riconoscimento internazionale: qual è oggi la sua battaglia culturale?

“La mia non è una battaglia, ma la prova che le etichette non definiscono nessuno. L’essere umano porta l’impronta di Dio, e ridurlo a una definizione è impossibile. La mia storia, dalla Sicilia a New York, lo dimostra”.

Se dovesse parlare a un bambino che si sente escluso o etichettato, cosa gli direbbe?

“A un bambino escluso direi questo: non arrenderti. Non lasciare che gli altri decidano chi sei. Proteggi i tuoi sogni, credi nella tua possibilità e diventa il tuo primo alleato. Dentro di te c’è molto più di ciò che gli altri vedono”.