Tra gli scaffali c’è il clima frizzante degli affari, dei saldi dopo il Natale. Poi, se guardi bene le commesse, il clima vero è quello della dismissione. Il cartello che annuncia il 70% di sconti sui capi in vendita nel negozio Coin di via Cola di Rienzo è legato alla chiusura imminente del 4 aprile.

Ufficialmente è perché non sono stati trovati accordi commerciali sull’immobile a Prati, dice l’azienda che ha già chiuso sei punti vendita in Italia (tre a Roma) nel giro di un anno. Sessantasette dipendenti potrebbero essere poste in cassa integrazione. “Potrebbero”, perché dopo l’incontro tra i sindacati e il Ministero l’altro ieri non si è giunti a una soluzione per le lavoratrici.

Ce la faranno gli altri negozi a San Giovanni e a Cinecittà a riassorbire i colleghi in esubero? Parliamo di lavoratrici con più di 50 anni, alcune con 40 anni di servizio alle spalle da Coin, con turni spezzati (si attacca la mattina poi ci si ferma due o tre ore e si ricomincia). «Abbiamo dato tanto, tutto, a questa azienda. E ora chiediamo serietà», dice Laura Pompei, commessa e rappresentante sindacale del punto vendita a San Giovanni (in tutto a Roma sono 200 lavoratrici).

Questo lavoro significa tanto per le dipendenti, tutte donne con figli a carico e in moti casi separate con mutui da pagare.

Piano

Si vocifera che al posto di Coin a Cola di Rienzo stia per sbarcare Zara, ma non c’è niente di sicuro. Ci sarà un altro incontro, il 18 marzo, per definire la vertenza. A Roma hanno già chiuso i negozi Coin a Bufalotta, Lunghezza e a Termini.

Non c’è un piano industriale che indichi la traiettoria che intende prendere l’azienda che ha un format molto simile alla Rinascente, cioè un grande contenitore che può affittare anche spazi ad altri marchi (a San Giovanni, Coin ospita Ikea ad esempio). Non trapelano progetti di rilancio, Coin chiude anche il punto vendita di corso Vercelli a Milano (zona di pregio simile a quella di Prati) e a Verona.

«Forse vogliono un punto vendita più piccolo, un Coin Casa che rende di più? Non lo sappiamo ma siamo molto preoccupate», dicono le commesse.


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