di
Piero Di Domenico
La mostra «Banksy Archive 01 – The School of Bristol 1983-2005», curata da Stefano Antonelli e Gianluca Marziani, presenterà oltre 300 tra opere, documenti originali e materiali d’archivio
Una bambina che gioca con uno pneumatico in fiamme. A Bristol, città universitaria di quasi 500mila abitanti in Inghilterra, una decina d’anni fa un’immagine incendiaria era apparsa sulla parete del playground di una scuola primaria. Con un messaggio firmato da Banksy, primula della street art che ha la sua base proprio a Bristol. Un segno di riconoscenza per l’intitolazione a Banksy di un’aula della scuola. Nella lettera indirizzata ai bimbi dell’istituto, l’artista esortava a modificarla in caso non fosse risultata di loro gradimento. A completare il messaggio un curioso ammonimento: «Ricordate, è sempre più facile ottenere il perdono del permesso. Con amore, Banksy». Una conferma del saldo legame con la sua città del misterioso artista, la cui identità per molti sarebbe quella del 56enne di Bristol Robin Gunningham.
La nuova mostra a Palazzo Fava
Dopo che a lungo si era pensato a un gruppo di artisti o a Robert Del Naja, storico membro della band britannica dei Massive Attack. Chiunque egli sia, negli anni Banksy ha continuato a lavorare su temi come consumismo, guerra e potere con immagini metaforiche, critiche e provocatorie divenute celeberrime. Innumerevoli le mostre, ufficiali perché riconosciute dalla sua organizzazione no-profit Pest Control o meno, dedicategli in tutto il mondo, Italia compresa, spesso anche contemporaneamente. Tra una ventina di giorni quella che si aprirà il 27 marzo a Palazzo Fava, reduce dagli oltre 18mila visitatori della stimolante «Michelangelo a Bologna», proverà a offrire uno sguardo ancora diverso.
La scuola di Bristol e la leggenda della street art
«Banksy Archive 01 – The School of Bristol 1983-2005» proporrà un’approfondita ricostruzione delle origini e dello sviluppo dell’immaginario di Banksy, legata al contesto in cui si è formato. Articolato in 32 sezioni, il progetto evidenzierà il ruolo della cosiddetta «Scuola di Bristol», un nucleo di artisti tra cui il già citato Del Naja, Tom «Inkie» Bingle, Felix «Flx» Braun, Kyron «Soker» Thomas e Nick Walker. Curata da Stefano Antonelli e Gianluca Marziani, la mostra presenterà oltre 300 tra opere, documenti originali e materiali d’archivio. Le sezioni sono affidate a figure che hanno condiviso con Banksy esperienze nella Bristol degli anni ‘90. La curatela scientifica e il catalogo, edito da Sillabe, sono a cura di Giovanni Argan, con la supervisione di un comitato scientifico internazionale composto da studiosi tra i più autorevoli nel campo degli studi su Banksy.
Come ha ricordato lo stesso Antonelli, «Banksy nasce in un ambiente, quello dell’arte di strada a Bristol negli anni Ottanta, in cui l’anonimato è non soltanto una pratica molto diffusa, ma è anche necessario e direi quasi obbligatorio. Negli anni in cui Banksy opera a Bristol, se ti trovavano a fare un graffito ti davano 16.000 sterline di multa e rischiavi di fare sei mesi di carcere». Gli anni della Thatcher, «ma anche del pugno di ferro contro i graffiti, della cosiddetta ‘Operazione Anderson’, che è stata la più grande operazione anti-graffiti della storia. Dove decine e decine di graffitisti vengono inquisiti e molti sono costretti a smettere, mentre altri, quelli che continuano a operare, sono costretti a entrare in una vera e propria clandestinità».
«L’opera come una rapina in banca»
Da qui scaturisce quello che è stato ribattezzato il «metodo Banksy». Precisato sempre da Antonelli: «Banksy costruisce ogni sua operazione come se fosse un colpo, una rapina in banca. Esattamente come una scena di ‘Ocean’s Eleven’. C’è la fase della preparazione, accuratissima, maniacale, fatta di sopralluoghi, di contatti sicuri e di bocche cucite, l’attenzione a eventuali telecamere presenti nella zona, la possibilità che qualcuno possa vederti e come fare a evitarlo, poi la scelta del materiale, la necessità di non lasciare tracce, l’effetto sorpresa. È in tutto e per tutto un’azione clandestina, che attraversa la preparazione di ogni sua opera».
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13 marzo 2026
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