
Rocco Papaleo in una scena di Il Bene Comune: del film, nei cinema, è anche regista
IN CRESCENDO… Il 2025/2026 di Rocco Papaleo è in crescendo: Follemente, U.S. Palmese, Ammazzare stanca, al cinema. Adesso che è in tv con Imma Tataranni 5 Rocco Papaleo è anche di nuovo in sala con Il Bene Comune. Di cui è protagonista e regista (per la quinta volta). Con lui, Vanessa Scalera (Imma Tataranni), Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo e Andrea Fuorto. Co-protagoniste (e forse qualcosa di più) le meraviglie del Parco Nazionale del Pollino.
Che storia racconta Rocco Papaleo in Il bene comune? Trama, personaggi e cast del film nei cinema
Biagio (Rocco Papaleo) è una guida naturalistica, ex promessa dell’atletica con qualche rimpianto. Nel tempo libero segue gli allenamenti sui 5.000 metri del nipote Luciano (Andrea Fuorto) dispensando consigli quanto meno originali. Raffaella (Vanesa Scalera) lo sceglie come guida per la gita al Pino Loricato che sta organizzando per le quattro detenute che partecipano al laboratorio di teatro sensoriale. Queste sono Gudrun (Teresa Saponangelo), Fiammetta (Livia Ferri), Anny (Rosanna Sparapano) e Samanta (Claudia Pandolfi). Ognuna ha la propria storia, ma le accomuna l’essere state condannate per essersi opposte a ingiustizie e violenze. Quattro donne diffidenti, dalle vite non semplici e dalle ferite ancora aperte, in attesa solo della libertà. Quella che iniziano ad assaporare nei boschi del Parco del Pollino. Samanta, da quattro anni separata dal figlio e troppo vicina alla casa dove il ragazzo vive con il padre (Max Mazzotta), pensa di scappare. Anche mettendo in pericolo le sue compagne di viaggio. E Biagio.

Rocco Papaleo e Vanessa Scalera
La recensione di Il bene comune: dalla tradizione del Teatro-Canzone alla ballata jazzata alla lucana
Dopo la parabola personale messa in scena nel riuscitissimo Scordato del 2023, Rocco Papaleo torna a raccontare la propria terra e la solidarietà in una storia in cui sono molti i punti in comune con Basilicata Coast to Coast. In un percorso fisico ed esistenziale, che come allora ci porta a condividere sentieri, storie e suoni: un Buen Camino tra L’armata Brancaleone e La compagnia dell’Anello. E nel quale si avverte forte l’esperienza – e la pratica – del Teatro-Canzone tanto caro al regista, che stavolta e più di altre si fa cantastorie di uno spettacolo di arte varia. Alla storia del gruppo e di quelle personali, si intrecciano infatti una serie di quadri musicati e musicali perfettamente coerenti con quella tradizione. Con i pro (l’emozione di perdersi nel racconto, affidandosi alla guida del narratore) e contro (la frammentazione di una struttura per sua natura diversamente uniforme).
Una originalità che potrà spiazzare qualcuno, ma che aggiunge un quid a questa strana ballata jazz, che ha in Vanessa Scalera una sorta di “regista in campo” , a fianco di Papaleo. Sono sicuramente loro i due pilastri su cui tutto poggia. Guide in questo simbolico pellegrinaggio verso il Pino Loricato, “l’albero più vecchio d’Europa”. C’è una leggerezza apprezzabile nella sintesi espressa simbolicamente dall’unione delle donne e dei musicisti nell’ensemble finale. Come a dire che il bene comune non si trova nell’osservanza di una norma unica, ma nella libertà concessa a ognuno di essere felice. Quel “segreto della vita” che Jack Palance svelava in Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche.

Claudia Pandolfi
5 domande al regista e protagonista Rocco Papaleo
Alla quinta regia sembra confermare la voglia di tentare strade nuove, magari restando di più dietro la macchina da presa e meno in primo piano: è così?
Mi piace di più stare dietro la macchina da presa, soprattutto quando davanti ci sono interpreti straordinarie come loro. Certo, piace anche a me mettermi in mostra, però, lo ammetto e lo confesso, l’ambizione in futuro è quella di fare un film solo da regista. Dovrei trovare un sostituto, ma non ne vedo in giro! Nonostante i miei 68 anni ho ancora una linea invidiabile e un sex appeal che può favorire il film, soprattutto in questo mondo, basato molto sull’immagine.
Continua a essere molto importante anche l’aspetto musicale…
Scherzi a parte, la mia esperienza di regista, di narratore, si è formata attraverso l’esercizio del Teatro-Canzone. Nel mio piccolo lavoro da tanti anni insieme a Valter Lupo, e spero di aver trovato una modalità narrativa che, grazie anche a quella esperienza, possa arrivare al pubblico. La chiave è sempre quella di trovare una armonia, di mettere insieme le note giuste e farle risuonare. Abbiamo lavorato più o meno come sempre, incidendo qualcosa prima di iniziare, canzoni che poi ho portato sul set durante le riprese.

Teresa Saponangelo
Arte collettiva (produttori compresi)
C’è stato qualcosa di particolare stavolta?
È inutile fare un apologo sul cinema come arte collettiva che si nutre delle collaborazioni da parte di tutte le componenti. Dal direttore della fotografia, Diego Indraccolo, che ha fatto un lavoro straordinario, a Sara Fanelli che ha fatto dei costumi visionari. La mia ex moglie e madre di mio figlio, Sonia Peng, che è svizzera e aiuta a dare un tono un po’ internazionale. Fino al montatore Mirko Platania e Valter, naturalmente. Pensando ai produttori, devo dire che è stato bello anche ricevere indicazioni da parte loro. Normalmente, noi artisti non amiamo chi ci dice cosa va o cosa no, invece stavolta le cose che mi hanno detto hanno migliorato il film. Per esempio, io avevo un’altra idea per il finale, che però non dico, per evitare che qualcuno pensi che era migliore.
Fedele a quel che dice il film, riguardo l’imparare “a vincere senza avere l’ossessione di arrivare primi”…
Potrei dire che è una declinazione dello spirito olimpico: l’importante è partecipare. Non vuol dire che non bisogna cercare di dare il massimo: anzi, assolutamente bisogna impegnarsi fino in fondo nelle cose. Ma senza l’ossessione di primeggiare, di essere il numero uno.
Bello vedervi in scena insieme con Vanessa Scalera, un affiatamento figlio dell’esperienza sul set di Imma Tataranni?
Novità, curiosità e approfondimenti.
Per essere sempre aggiornato
attraverso il punto di vista di chi
la
moda la vive dall’interno.

È così da quando ci siamo incontrati a un festival, a Maratea. Stavamo dietro le quinte. Non la filava nessuno, nonostante fosse Vanessa Scalera, e io mi sono sentito di andare da lei, anche per dovere di ospitalità perché sono di quelle parti, e scaricarle addosso la mia ammirazione. Da lì in poi ci siamo sempre guardati con attenzione e stima reciproca, anche se la “stima” è più qualcosa da agenti immobiliari. La ritengo una grandissima attrice e volevo trovare qualcosa che potesse affascinarla e darle il piacere di fare qualcosa che non aveva ancora fatto. Il film però lo abbiamo fatto prima di Imma Tataranni, che ho ho accettato con grande piacere, intanto perché mi sentivo obbligato moralmente. E poi perché era in Basilicata, e vuoi che in Basilicata non ci sto io? Ormai faccio 150 battesimi l’anno!