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Se dici Stefano De Martino pensi necessariamente alla sua compagnia di giro, ai suoi amici che lo circondano in ogni suo progetto, alla sua allegra combriccola napoletana e non. Se dici De Martino, di conseguenza, l’associazione logica ed immediata è con Francesco Paolantoni, Biagio Izzo, Peppe Iodice, Giovanni Esposito ed Herbert Ballerina.
Una forza, ma anche un limite non da poco, che può davvero diventare pesante in questo lungo anno che divide il conduttore dal suo primissimo Festival di Sanremo.
L’eterna idea della comitiva
La sua avventura televisiva, e non è un mistero, ha sempre contemplato l’idea del gruppo e di fedelissimi che lo accompagnassero. Accadde con “Bar Stella”, succede tutt’oggi a “Stasera tutto è possibile” e ad “Affari Tuoi”.
Nel gioco di Rai1, il senso di comitiva è favorito dai concorrenti, con i quali dà vita a balletti e parentesi di complicità, e dallo stesso Ballerina, ingaggiato proprio nel momento di massima difficoltà e distanza da “La Ruota della Fortuna”.
Non un bel segnale, perché se è vero che l’intesa tra i due è eccellente, è altrettanto indiscutibile che il messaggio che arriva a casa è stato quello di una risposta immediata ad una richiesta di soccorso.
Il volto di Torre del Greco si è sempre nutrito del caos. Quel caos che limita i silenzi e annulla gli imbarazzi. Caos che però non sarà possibile replicare all’Ariston.
Per il Festival, De Martino dovrebbe cominciare a vedersi come un conduttore in solitaria e non è detto che non lo stia già facendo. Mancano tuttavia dei precedenti in tal senso, ovvero scenari di navigazione in mare aperto senza ancore di salvataggio.
Se la squadra diventa un limite
Il rischio, concreto, è che la squadra da punto di forza si trasformi in un limite e che i discorsi sugli ‘amici’ finiscano con l’essere recepiti come un incubo, una tassa. Come Panariello e Pieraccioni per Carlo Conti, De Martino deve scongiurare la prevedibilità, che a lungo andare potrebbe rivelarsi una minaccia da scampare. E a Conti, perlomeno, va riconosciuto il merito di non aver ceduto alla tentazione e alle mille sirene, evitando coinvolgimento dei suoi sodali nelle ultime due edizioni sanremesi.
Come è esistito un Bonolis senza Laurenti, un Amadeus senza Fiorello e un Fazio senza la banda di “Quelli che il calcio”, anche De Martino ha l’obbligo di sdoganarsi. Per il pubblico e soprattutto per se stesso.
E’ intuibile, e forse comprensibile, che qualcuno tra Paolantoni, Izzo, Iodice, Esposito e Herbert possano riapparire al Dopofestival, in una sorta di festa notturna che rompa gli schemi e le liturgie. Ma Sanremo è e deve essere un’altra cosa.
Lo sa Fiorello, che sapientemente non ha mai accettato di diventarne padrone di casa preferendo mere e utilissime incursioni di disturbo, non se ne curò purtroppo Simona Ventura, che nel 2004 ripropose – stavolta sì – tali e quali le atmosfere e le dinamiche di “Quelli che il calcio”, con risultati tutt’altro che soddisfacenti.
La missione di De Martino
A De Martino spetta il compito più difficile: dimostrare di poter essere altro, di saper guidare da solo, senza supporti. Sarebbe stato meglio che lo facesse gradualmente, con trasmissioni che prevedessero l’uomo solo al comando e uno stile rigoroso. Invece accadrà a Sanremo. Dove in cinque sere non ci sarà possibilità di sperimentare. Né di sbagliare.