Un tempo sospeso e tragico che si trasforma lentamente in speranza, «La diaspora delle Vele» di Francesca Comencini racconta l’attesa delle persone che due anni fa hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni nella Vela celeste, a seguito del crollo di un ballatoio che ha causato tre morti. Attualmente ricollocati in alloggi provvisori, gli abitanti aspettano di poter tornare a vivere nel proprio quartiere, una volta riconvertito secondo il progetto del Comune Restart Scampia, che dopo la demolizione della Vela rossa e Gialla, prevede la riqualificazione della Vela celeste con la costruzione di 433 appartamenti. Il documentario, disponibile on demand su Sky e in streaming su Now Tv, è stato presentato ieri al cinema Metropolitan dalla regista insieme al sindaco Gaetano Manfredi, la vicesindaco Laura Lieto ed i rappresentanti delle Vele.

APPROFONDIMENTI

Comencini, nel film lascia che siano gli abitanti a raccontare le loro storie: quali l’hanno colpita maggiormente?

«Le storie di Felicia e di Sara. Felicia, con cui si apre il film, è una madre single di 5 figli, e, raccontando della sua condizione di donna sola, fa emergere il supporto, per lei essenziale, della comunità. Sara, invece, ha compiuto 14 anni il giorno dell’intervista, rappresenta l’Italia in concorsi di ballo latino-americani ed ha danzato per noi tra le Vele. In generale, quello che mi ha colpito di ogni racconto è come queste persone siano in grado, con molta dignità e pochi lamenti, di esprimere dei sentimenti universali».

Com’è stato tornare a Scampia e non trovare più le Vele, dopo averci trascorso quattro anni (2014/18) per girare le prime quattro stagioni di «Gomorra – La serie»?

«La differenza tra il passato ed il presente è abissale. Oggi quei corridoi da cui prima si levava l’eco dei bambini che giocavano sono deserti. Ma le Vele mi danno un senso di speranza maggiore ora che non brulicano più di famiglie. Nel silenzio spettrale si avverte che è stato messo in moto un cambiamento. È sconfortante che debbano succedere tragedie come quella della Vela celeste per accelerare il progetto di riqualifica dell’area, ma sono contenta che stia avanzando».

Come immagina la Scampia del futuro?

«Viviamo in un tempo talmente tragico per tutti che bisognerebbe rovesciare i luoghi comuni, come fa questo film. Da un quartiere come Scampia mi aspetto avanguardia, che diventi un esempio per i napoletani. Auguro questo agli abitanti di Scampia: che si ribaltino i sistemi e che finalmente sia il centro a guardare alla periferia come un modello a cui aspirare».

Utopia? Lei, comunque, è legatissima a tutta la città, non solo a Scampia.

«Mi commuovo quando parlo di Napoli. Mamma era partenopea e mi ha trasmesso il suo amore per la sua terra, che io definisco “l’utero di Italia”, perché è un laboratorio in continuo fermento, che dà vita a cose inaudite. Oltretutto, ho girato diversi lavori in città, l’ultimo “Il tempo che ci vuole”, in cui racconto del rapporto con mio padre e che finisce proprio a Napoli. Lui, uomo del Nord, si è innamorato di mia madre e della città. Ha sempre detto che Napoli gli ha salvato la vita, perché gli ha permesso, attraverso la conoscenza della moglie, della cultura e del teatro, di aprirsi alle sue emozioni. I miei si sono incontrati in un teatro romano mentre era in scena “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo. Napoli ci ha sempre chiamati a sé».