Sinner raggiunge la decima finale 1000 della carriera

(Gaia Piccardi) La spia si era accesa all’improvviso in coda al breve allenamento di rifinitura. La mano sulla schiena, appoggiata sulle (delicate) lombari. Il team che gli fa capannello intorno: coach Cahill visibilmente corrucciato (il ricongiungimento con Simone Vagnozzi è previsto a Miami), il fisio Resnicoff che lo tocca come per imprimergli le mani. Fine del riscaldamento. Jannik Sinner si appoggia alla rete del campo secondario di Indian Wells, flette la schiena per saggiarla. Pare tutto a posto. Il campo dirà.
E il campo (centrale) del primo Master 1000 targato 2026, poco dopo, conferma. C’è poca partita tra il n.2 del ranking e il tedesco Sascha Zverev, che si era fatto l’idea meravigliosa — ma velleitaria — di conquistare il torneo e scavalcare Novak Djokovic al terzo posto della classifica. Ma se Zverev non batte Sinner dal 2023 (ora Italia-Germania 7-4), dai lottatissimi ottavi dell’Open Usa che indussero l’azzurro a rinunciare al girone di quella Coppa Davis che a fine anno avrebbe conquistato a Malaga per la prima volta, un motivo (più di uno) c’è. E infatti in finale a Indian Wells, contro il vincente di Alcaraz-Medvedev, ci va la pantera rosa di Sesto Pusteria: domenica sera, per la prima volta in stagione, lotterà per un titolo Atp.

Zverev apre con quattro prime. Non c’è scambio. Sinner tiene a 15: non sembra dolorante, non c’è allarme. La macchina-corpo è efficiente, il tennis che ne scaturisce è da subito produttivo. Fino al 2-2 si gioca pochissimo, poi il match prende fuoco di colpo sotto il solleone. Zverev offre una palla break: il dritto — il solito dritto — del tedesco è in corridoio. 3-2 Sinner, che prende il largo con la complicità di un avversario falloso (7 gratuiti alla fine). Non è abbastanza. C’è un secondo break: 6-2 grazie a un rovescio di Zverev che decolla verso Palm Springs, la cittadina del deserto lì accanto.
Il tedesco è in rottura prolungata, con un doppio fallo si consegna a Jannik, che però stecca il dritto. Zverev annulla tre palle break, aggrappandosi al servizio. Però è un equilibrio illusorio, come nel primo set, alimentato dalla calura che forse consiglia a Jannik di muoversi con cautela. La sensazione è che la fuga sia solo una questione di tempo. Zverev in uscita dal servizio continua a lasciare il gioco in mano all’italiano, le sue percentuali sulla seconda rimangono mediocri (25% di punti vinti nel primo, 30% nel secondo) ma è Jannik a calare per un attimo il ritmo, forse accusando l’afa. La palla break sul 3-2 — sarà l’unica di tutto il match — è annullata da una prima a 217 km all’ora. C’è tempo per una pregevole combinazione palla corta-lob al volo, ed è 3-3. È il momento di rompere l’inerzia. Sull’onda di sei punti a uno, Sinner si procura due palle break. Basta la prima: rovescio lungo di Zverev. La musica di Sinner assorda il tedesco. 4-3, 5-3, 6-3 in 1h23’.

Indian Wells era l’unica finale Master 1000 sul cemento all’aperto che gli mancava (ed è la 10ª della carriera). «Dopo tre semifinali qui, ce l’ho fatta. Questo è il torneo di cui ho sentito più la nostalgia l’anno scorso, quando non ero venuto. Sono contento. Il piano tattico era essere aggressivo sulla risposta, cambiando la posizione di attesa del suo servizio». Non ha perso un set, in California sta ricostruendo tutte le sue certezze.