di
Paolo Mereghetti
Previsioni e preferenze sulle statuette di Hollywood. Nella notte tra domenica e lunedì la diretta di Rai1 da Los Angeles
Se c’è un modo per offrire il collo alle scuri di chi sostiene che i critici non capiscono niente (vedi il «caso Zalone») questo è proprio il lanciarsi nelle previsioni sui vincitori degli Oscar, specie se il metro di giudizio dev’essere il gusto personale e non le sottili alchimie tra campagne di marketing, questioni woke o affini e pressioni identitarie. Quelle che mettono Sinners, cioè I peccatori (horror musicale sul razzismo) in testa ai pronostici con il record di ben 16 nomination. Ma il Corriere vuole le mie previsioni e allora ci provo.
Miglior film
Sono in dieci a contendersi il titolo più ambito e per me non ci sono dubbi: Sentimental Value è il film più bello di tutti, quello più emozionante, più vero, più capace di parlare allo spettatore (ribaltando così le mie scelte per la regia, ma mi sembra di non contraddirmi).
Raramente mi sono trovato davanti a un film sui conflitti familiari così ricco di spunti e di idee, ma siccome per vincere bisogna anche essere un po’ «furbi» (non molto, ma un po’ sì) allora penso che a conquistare il titolo di Best Picture sarà il dramma shakespeariano Hamnet. Che non sarà uno scandalo (come se lo vincessero altri film) ma la prova che Hollywood premia soprattutto un pubblico colto e adulto.
Miglior regista
Diciamo la verità: la gara dovrebbe essere limitata a Paul Thomas Anderson e Joachim Trier. La loro messa in scena, la loro direzione d’attori, il loro gusto narrativo staccano tutti gli altri concorrenti. Personalmente penso che la regia di Una battaglia dopo l’altra abbia qualcosa di più di quella di Sentimental Value proprio nell’equilibrio con cui il film prende forma (per la sceneggiatura direi l’inverso, ma concorrono in due categorie diverse, originale il norvegese, non originale l’americano e anche qui li metterei entrambi sul podio).
Anderson sa intrecciare i diversi piani del racconto ispirato a Vineland di Thomas Pynchon. Ma se ne saranno accorti i votanti che spesso danno le loro preferenze per ragioni tutt’altro che artistiche? Per questo prende quota Ryan Coogler e il suo I peccatori: dopo un’ora il film sembra sfuggire di mano a tutti, a cominciare dal regista-sceneggiatore, ma chi vota per partito (produttivo) preso non se ne vorrà accorgere.
Miglior attore
Tutti dicono che è la volta di Timothée Chalamet, esagitato e cinico protagonista di Marty Supreme, e io non penso che la sua recente uscita contro l’opera e i balletti (che ha scatenato divertite reazioni, come lo «sconto Timothée» che offre l’Opera di Seattle) possa davvero nuocergli.
Quindi lo vedo sollevare la statuetta, anche se spero che i 10mila e più votanti dell’Academy si mettano la mano sulla coscienza e riconoscano che Leonardo DiCaprio in Una battaglia dopo l’altra è molto più bravo. Ma qualcuno a Los Angeles ha mai votato per la bravura?
Miglior attrice
Anche qui c’è una superfavorita: è Jessie Buckley per il ruolo di Agnes in Hamnet. Anche lei ha sollevato qualche polverone dichiarando che ama i cani e non i gatti (con inevitabile reazione del popolo gattofilo) ma la sua prova dovrebbe zittire ogni polemica e in più ha dalla sua anche il «fattore Shakespeare»: affidare proprio all’Amleto il compito di chiudere il film ed elaborare il lutto è un colpo d’ingegno, perché nessuno sa resistere all’arte del Bardo. E mi dispiace per la bravissima Renate Reinsve, ma stasera non dovrebbe esserci gara.
Miglior attrice non protagonista
Qui le previsioni sono più dure da fare. Nel settore femminile, la mia preferita è Inga Ibsdotter Lilleaas, la sorella che studia storia in Sentimental Value: una recitazione tutta in sottrarre, come solo le grandissime attrici sanno fare e con una carica emotiva davvero coinvolgente.
Ma mi sa che a trionfare sarà Wunmi Mosaku, la cuoca che pratica l’hoodoo ne I peccatori: la sua prova è decisamente più tradizionale, forse fin troppo sottolineata (ma in linea con il tono generale del film) e poi in tempi recenti le attrici di colore partono sempre con qualche metro (e qualche voto) di vantaggio.
Miglior attore non protagonista
Per gli attori difficile non mettere Sean Penn davanti a tutti perché in Una battaglia dopo l’altra il suo colonnello Steven J. Lockjaw resta stampato nel cuore e negli occhi: stupido, aggressivo, ingenuo, vendicativo e super-narciso, in una parola è perfetto.
L’unico che può insidiarlo è Delroy Lindo, anche lui per I peccatori, ma la differenza tra i due è così abissale che non dovrebbe esserci gara. Anche se il ricordo di Mickey Madison che l’anno scorso ha battuto Demi Moore come miglior attrice protagonista fa venire i brividi e più di un dubbio sulla salute mentale di certi votanti.
Miglior film internazionale
Se si esclude Sirat, per me un ipocrita monumento al senso di colpa dell’homo occidentalis, tutti gli altri quattro film hanno titoli per vincere.
Per non contraddirmi dovrei tifare per Sentimental Value (presente in questa categoria come rappresentante del cinema norvegese, nelle altre come uno dei tanti film usciti nelle sale americane: il regolamento degli Oscar lo permette e ne approfittò anche La vita è bella), ma in questa gara è entrato a gamba tesa un fattore non cinematografico ma decisivo: Trump e la sua guerra contro l’Iran.
Difficile che i membri dell’Academy, a naso più democratici che trumpiani, non vogliano sostenere il regista iraniano Jafar Panahi assegnando l’Oscar a Un semplice incidente (anche se a rigor di logica rappresenta la Francia, che l’ha candidato in qualità di coproduttore maggioritario).
15 marzo 2026
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