di
Eduardo Cicelyn
Ci fece incontrare Damien Hirst a Napoli nel 2004, era in città per una mostra al museo archeologico
Ora che pare si sia scoperta l’identità anagrafica di Banksy, vorrei confessare un mio piccolo peccato culturale. Non riesco più a ricordare chi è Banksy. O meglio: ricordo che, quando me lo presentarono, non gli diedi alcuna importanza. Ci fece incontrare Damien Hirst a Napoli, nel 2004, quando Banksy non era ancora Banksy e io in quel preciso momento avevo altro da fare (chissà che cosa) per poter prestare attenzione a quel ragazzo venuto per la mostra al museo archeologico dal titolo «The Agony and the Ecstasy». Per me, quel Banksy era un ragazzo inglese come tanti altri che passavano allora per Napoli. Che se ne andasse in giro per la città a seminare opere, credo di averlo sentito dire. Di non aver dato alcuna importanza alla faccenda, non so se oggi dovrei pentirmene. Forse no.
Con Mario Codognato, insieme con me per curare la mostra di Hirst, nel tempo abbiamo cominciato a dubitare anche dei nostri ricordi. Magari ce lo eravamo inventati quell’incontro. Di certo, La Madonna con la pistola in piazza dei Girolomini c’è ancora, benché si sia capito molto dopo chi fosse l’autore. Forse le cose, in arte, accadono sempre così: ci passano davanti prima di diventare leggenda. E comunque, se davvero era lui, è curioso pensare che uno degli artisti più riconoscibili del nostro tempo fosse già lì, seduto a un tavolo con noi, senza che nessuno gli chiedesse un documento.
Ci sono due ossessioni parallele che camminano insieme nella cultura contemporanea: fare arte e smascherarla. La prima produce libri, quadri, canzoni, murales, film. La seconda produce inchieste, ipotesi, dossier, genealogie, comparazioni calligrafiche e analisi stilometriche. Una crea il mistero. L’altra lo vuole distruggere. La storia recente che lambisce Napoli offre due casi emblematici: Elena Ferrante e Banksy. Da anni giornalisti, critici, investigatori dilettanti e matematici della lingua tentano di stabilire chi sia davvero la scrittrice che ha firmato L’amica geniale o chi sia l’artista che ha trasformato i muri delle città in gallerie clandestine. Il risultato è una specie di caccia alla volpe culturale, dove la preda non è un criminale ma un autore.
Eppure la domanda che si dovrebbe fare è un’altra: perché ci importa così tanto? Perché la verità anagrafica sembra più importante della verità artistica? Il fatto curioso è che la tradizione degli pseudonimi è antichissima. Nel mondo contemporaneo, però, questa scelta entra in conflitto con un sistema culturale che funziona esattamente al contrario.
Oggi l’industria culturale vende soprattutto identità. L’autore deve avere un volto, una biografia, un trauma infantile, una dieta, un’opinione sulla geopolitica e magari anche un cane fotogenico. Il nome è il brand. L’anonimato, in questo contesto, è una forma di sabotaggio. Se non sai chi è l’autore, rimane soltanto il testo. Rimane soltanto il gesto artistico. Rimane l’opera nuda. E questa nudità mette a disagio. Siamo abituati a leggere le opere attraverso le biografie. L’anonimato obbliga a un rapporto più diretto con le cose dell’arte. Non puoi rifugiarti nella psicologia dell’autore. Devi stare dentro le parole, dentro le immagini, dentro il ritmo. C’è anche un altro elemento, più oscuro.
L’anonimato produce una specie di irritazione collettiva. È come se qualcuno si sottraesse a un patto implicito della società dello spettacolo: mostrarsi. L’autore che rifiuta questa esposizione sembra sottrarsi a un dovere civico. Il che arreca molto fastidio. Perché il pubblico contemporaneo è diventato anche un pubblico investigativo. La cultura popolare ama le rivelazioni, gli smascheramenti, i retroscena. Eppure la domanda iniziale rimane sospesa: non basta che l’arte sia vera? Un romanzo può raccontare qualcosa di autentico anche se non sappiamo chi lo ha scritto. Un murale può colpire lo sguardo anche se ignoriamo la faccia dell’autore. La verità estetica non coincide con la verità anagrafica. In fondo l’arte nasce spesso così: come una voce che arriva da un luogo impreciso. Forse l’anonimato non è un problema da risolvere. È una condizione originaria dell’arte.
Il vero mistero non è chi abbia scritto un libro o dipinto un muro. Il vero mistero è perché quelle parole o quelle immagini riescano ancora a dire qualcosa di vero a chi le incontra. E questa verità, per fortuna, non ha bisogno di documenti d’identità. Ripensando a quel ragazzo arrivato a Napoli con Damien Hirst nel 2004, mi viene da pensare che la cosa più coerente, oggi, è proprio non sapere se fosse davvero Banksy. Lasciare quella memoria in uno stato di sospensione. Come un piccolo mistero privato. Del resto, se l’arte ha ancora una funzione, forse è proprio questa: ricordarci che non tutto deve essere completamente spiegato. Che alcune verità funzionano meglio quando restano parzialmente invisibili. Come certe immagini sui muri delle città. O come certe voci che arrivano dalla letteratura senza passare dall’anagrafe.
Vai a tutte le notizie di Napoli
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Mezzogiorno Campania
15 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA