di
Fernando Pellerano
L’architetto bolognese a Miami per l’Italian design day: «Il problema abitativo va affrontato ma ancora non vedo gentrificazione. Per Giorgio Morandi servirebbe un museo nuovo con un edificio con un’interpretazione architettonica, non serve usare una cosa esistente»
Massimo Iosa Ghini, architetto e designer, impegnato in importanti progetti nel nostro Paese e soprattutto all’estero, a fine mese sarà ambasciatore del sapere e del fare italiano, e quindi anche bolognese, negli Stati Uniti. «Si tratta dell’Italian design day (dove per design s’intende progetto, ndr.), che si svolgerà il 26 marzo. Iniziativa nata dal ministero degli Esteri — spiega — che ha raccolto figure rappresentative del “progetto” italiano. Io terrò uno speech come designer ambassador a Miami(dove fra le altre cose ha da poco curato gli interni della torre 830 Brickell, futura sede Microsoft, ndr.).
Lo scopo è quello di raccontare in giro per il mondo che c’è un sistema italiano in grado di generare qualità, un sistema che viene esportato. I vettori di questa esportazione sono gli architetti. Da una parte consolidi il messaggio della qualità italiana, dall’altra propizi delle occasioni».
Lei lavora molto all’estero dove c’è dinamismo ed evoluzione: e sotto le Due Torri?
«Si è più conservativi, prudenziali, timorosi: forse legato alla difficoltà di fare le cose».
Atterriamo a Bologna. La città non è ferma. Ci sono tanti capitoli aperti. Qual è il suo pensiero sul tram?
«La sofferenza va da sé. A Milano ricordo che per fare la metro Corso Lodi di fatto sparì, ci furono forti contestazioni, ma una volta finiti i lavori andò tutto bene: ha ragione chi fa. Il Comune ha sfruttato l’occasione del Pnrr. Restano per ora due nodi da sciogliere: il mancato passaggio della linea rossa al Pilastro e poi capire se la linea verde passerà o meno sotto la Garisenda: quando l’area sarà riaperta bisognerà valutare se sia prudente far passare i mezzi lì sotto».
C’è ancora tempo. Altra infrastruttura: la stazione.
«Avrebbe bisogno di un approfondimento, ma sempre nell’ambito della concretezza. Ci sono stati progetti mai attuati (da Bofill a Isozaki). Sicuramente va ripensata, anche rispetto al traffico, è tutta sottodimensionata».
E l’aeroporto?
«Che sviluppo si vuol dare? Se lo si vuole mantenere al pieno delle sue attuali capacità, la politica di rifacimenti parziali ci può stare».
Il restyling del Dall’Ara è stato abbandonato. Ne serve uno nuovo o si va avanti con l’esistente?
«Vorrei andare più spesso a vedere il Bologna, la mia sensazione è che sia una struttura che funziona bene, la trovo anche gradevole. Il progetto invece mi sembrava impattante e non so fino a che punto appropriato. Io l’avrei tenuto più sotto tono. Vedo bene un’ottimizzazione di quello che c’è e una rifunzionalizzazione degli spazi: il progetto da fare è quello. Per uno stadio nuovo servono i privati, che però devono rientrare dall’investimento: molto difficile».
A Bologna non ci sono nuovi edifici di particolare qualità, si osa poco. Un’occasione non poteva essere quella di realizzare un museo dedicato a Morandi?
«Conosco il tema, ho ridisegnato Casa Morandi. Argomento spinoso per via delle indicazioni del lascito. Mi piacerebbe una struttura dedicata a lui, che ha uno standing mondiale. Morandi, studioso maniacale della luce, ha bisogno di un’interpretazione architettonica, non di usare una cosa esistente. L’involucro va pensato sulla base del contenuto. A Figueres c’è il museo di Dalí e lo capisci già dall’esterno».
L’operazione Ravone è in progress, restano tante ex caserme.
«A Bologna va affrontato il problema abitativo. Quella è un’occasione. Mentre capisco meno la demonizzazione del turismo e di Airbnb. Ancora non vedo gentrificazione. L’incidenza in centro è del 10%, mentre Firenze è del 20% e a Venezia del 30%. Se resta così è sostenibile. Ora non ridurrei queste attività, ma gestirei l’esistente chiedendo più qualità nell’accoglienza e nella cura delle parti esterne per migliorare il profilo della città».
Cronaca fresca: il Pilastro col Museo dei bambini, i comitati, gli alberi.
«Feci un esame universitario sul Pilastro, ricordo quella fascia centrale destinata ai servizi con le aree verdi sul perimetro. Capisco l’abitudine a utilizzarla, ma il rione se vuole essere più vivibile ha bisogno di funzionalità che siano in relazione col resto della città, non solo di pertinenza. Per questo dico che il tram deve arrivarci, il Pilastro è ancora isolato come 60 anni fa».
In conclusione cosa pensa della sua città?
«Che è migliorabile».
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15 marzo 2026
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