di
Guido Olimpio
I guardiani della Rivoluzione sono nati nel 1979 all’indomani della cacciata dello Scià, per poi diventare una forza separata rispetto all’esercito regolare
Le prime ondate dell’attacco israelo-americano hanno puntato uno dei pilastri portanti dell’Iran: il vertice dei pasdaran. E l’azione è proseguita negli ultimi giorni.
I guardiani della Rivoluzione, nati nel 1979 all’indomani della cacciata dello Scià, sono l’essenza stessa della Repubblica islamica pensata dall’ayatollah Khomeini. Con coraggio si sono battuti per fermare l’aggressione scatenata dal dittatore iracheno Saddam Hussein, per otto lunghi anni hanno versato il sangue a tutela dei confini. Prova difficile perché sostenuta con armi inferiori, in condizioni estreme ed equipaggiamenti non adeguati.
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Ma alla fine hanno retto l’urto, impedendo il tracollo. Quella storia ha ampliato il loro valore agli occhi di Khomeini come della nazione. Il passo successivo è stata la loro trasformazione in una nuova realtà: quasi 180 mila uomini diventati una forza separata rispetto all’esercito regolare (350 mila soldati) ma con maggiori mezzi sotto il profilo della quantità e della qualità.
I guardiani hanno essenzialmente quattro ruoli. Il primo: difesa del regime. Il secondo: il braccio armato con proiezione esterna e interna. Infatti, controllano e sviluppano l’arsenale missilistico, dispongono di una loro Marina e di una intelligence. Il terzo: si occupano delle attività coperte e mantengono i legami con le milizie sciite in Medio Oriente attraverso la Divisione Qods, strumento di influenza. Il quarto: gestiscono importanti risorse economiche grazie a società e fondazioni.
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Questi elementi, uniti ai legami con figure politiche e soprattutto religiose, li hanno consacrati in un centro di potere sempre più esteso. Secondo una interpretazione sono riusciti a condizionare le scelte della teocrazia e, probabilmente, a determinare l’elezione di Mojtaba Khamenei nella difficile successione al padre fatto fuori da uno strike.
Oggi al loro comando c’è Ahmad Vahidi. Entrato nei pasdaran nel 1979, si è occupato di intelligence ed è poi diventato Ministro della Difesa (2009-2013) e responsabile dell’Interno nel periodo 2021-2024. Coinvolto, per la Giustizia argentina, nell’attentato contro l’associazione ebraica di Buenos Aires (1994), ha continuato a ricoprire incarichi primari fino all’ultima promozione, determinata dall’eliminazione del suo predecessore, Mohammad Pakpour, all’alba dell’offensiva decisa da Trump.
L’uccisione del numero uno, unita alla morte negli ultimi mesi di molti “gradi” della vecchia guardia, ha concesso spazio a nuove leve. Per alcuni sono ufficiali disposti a prendere rischi, a sfidare il nemico, ad estendere la battaglia ovunque sia necessario. E lo stiamo vedendo con la campagna di ritorsione totale.
Al loro “fianco” c’è la costola dei Basij, la milizia composta da migliaia di guardie incaricata di stroncare le proteste nelle piazze, le dimostrazioni, le contestazioni. Un apparato robusto nella capitale ma con diramazioni nel resto del paese attraverso una rete capillare. La repressione attuata contro gli oppositori ha dimostrato, non solo negli ultimi mesi, come siano indispensabili. Sparano, bastonano, lanciano “cariche” a cavallo di moto, assistono i servizi di sicurezza quando c’è bisogno di fare “massa”, di rastrellare, di esibire i muscoli nelle strade.
15 marzo 2026 ( modifica il 15 marzo 2026 | 14:58)
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