Sinner batte Medvedev a Indian Wells: primo titolo del 2026
(Gaia Piccardi) California dreamin’. L’ex sciatore espugna il deserto, che si colora di rosso. Dopo i tentativi a Melbourne (semifinale) e Doha (quarti), Jannik Sinner rompe il ghiaccio con il 2026 a Indian Wells: 25° titolo in carriera, 6° Master 1000, la collezione dei titoli top sul cemento è completata eguagliando Djokovic.
È stata una carburazione più lunga del solito, in contumacia di Alcaraz e contro un nuovo Medvedev, rimesso in carreggiata dalla collaborazione con lo svedese Johansson, antico vincitore Slam (Australian Open 2002). Le basi del percorso in California sono state posate prima: due titoli (Brisbane e Dubai) hanno spezzato il digiuno del russo (zero tituli nel 2024, solo Almaty nel 2025), le motivazioni sono tornate dopo un lungo giro sulla sponda della Moscova. È con il nobile scalpo di Alcaraz appeso alla cintura che lo scacchista di Putin si è presentato al cospetto di Sinner in finale, allo snodo nel deserto così importante per entrambi. Charlize Theron ha preferito Sinner-Medvedev alla notte degli Oscar, è la star in tribuna in uno stadio ampiamente disertato dai ricconi californiani, che sognavano la sfida Italia-Spagna, e invece si trovano in campo il terzo incomodo. L’attrice è ricompensata da un match apertissimo, reso incandescente dai 34 gradi che si riverberano sul cemento e tenuto in piedi dalle percentuali al servizio di Medvedev, che costringe l’azzurro ad alzare il ritmo da subito, generando scambi intensissimi. Il russo attacca ogni palla, tiene a testa alta le diagonali ma Jannik conosce le contromosse: si aggrappa al servizio mettendo dentro con cura la prima, guata la preda che avverte la pressione. Sul 3-3, le prime due occasioni di fuga dell’incontro sono di Sinner. Sulla prima Medvedev scende a rete e chiude con la volée di dritto, poi l’italiano mette il drive sul nastro.
Entra il fisioterapista, chiamato da Sinner. Calma e sangue freddo: a Jannik serve solo un paio di forbici per allentare la fasciatura al piede. Riprende a macinare tennis, il suo tennis. Pressing da fondo, senza perdonare le sbavature — arriveranno — al rivale. Le palle nuove gli permettono di tenere a zero la battuta (4-4), mentre Medvedev smarrisce per strada, tra i cactus, la precisione della prima. Johansson gli chiede di stare attento al lancio di palla, Daniil esegue (5-4). Un altro impeccabile turno di servizio di Jannik, impreziosito da un passantino stretto monomane di rovescio che potremmo definire alcaraziano, ci introduce al tie break. Avanti on serve fino al 6-5 Italia, ed è set point. Ma serve Medvedev, che piazza l’ultimo dritto nell’angolino però mette in corridoio nello scambio dopo. Il mini break vale il secondo set point: Jannik risolve il rebus con un servizio vincente. 7-6 in un’ora secca. Fin qui, a parità di alti (6 ace) e bassi (1 doppio fallo), hanno deciso le percentuali: il 71% di prime e il 96% di punti vinti sulla prima dell’azzurro, oltre ai vincenti (13 a 9).
Sul contraccolpo Medvedev non perde il filo della lama. Restando tagliente, difende il territorio e costringe Sinner al secondo tie break dell’incontro, come contro Fonseca negli ottavi. Al bivio, il colpo di scena. Jannik in preda a un netto calo fisico permette al rivale di prendere il largo. 3-0 Russia, 4-0 con un dolorosissimo doppio fallo sinneriano, ma non è finita: 4-3 recuperando i mini break grazie a due guizzi d’orgoglio; poi Medvedev ci mette del suo: 5 punti consecutivi portano Jannik 5-4. Uno scambio di 17 colpi, tutti in difesa tranne l’ultimo rovescio, lo proiettano al match point con le ultime forze. Medvedev è cotto a puntino. 7-4 (7-6).
«Sono senza parole, è bellissimo. Mi sono allenato duramente per questo risultato, anche sotto nel punteggio ho continuato a crederci» dice il campione, che chiude con 9 punti in più di Medvedev (84-75), i sette consecutivi del tie break del secondo dirimenti. Lo premia Andre Agassi, grande amico di coach Cahill, il fuoriclasse del passato che era e resta uno scenario plausibile per un futuro sulla panchina dell’azzurro. Dalla California a Miami, al via mercoledì. A Indian Wells finisce con la dedica di Jannik all’amico Kimi Antonelli («Un giovane italiano che vince il Gp in Cina, ed è mio amico: c’è da essere orgogliosi») e con il bandierone che sventola sul deserto americano. Con l’arrampicata di Luciano Darderi fino al n.18, ora ci sono quattro azzurri nei top 20. È una primizia assoluta per la storia del nostro tennis. La ciliegina sul tiramisù.